lunedì 21 novembre 2011
domenica 13 novembre 2011
sabato 5 novembre 2011
Es hermoso cuando los mudos hablan y cantan aunque sea para los sordos…

http://www.youtube.com/watch?v=SkijuuLaE98
Ocurrió el pasado 12 de marzo pero sigue siendo actual hoy y lo será mañana y me temo que también pasado mañana porque lo que pasó entonces sigue pasando ahora. Ocurrió en Roma. Se celebraba el 150 aniversario de la creación de Italia, la fiesta nacional. Para festejarlo tuvo lugar un concierto al que asistía el presidente Silvio Berlusconi y otros miembros del gobierno italiano. Dirigía la orquesta y coro, el temperamental Riccardo Muti que precisamente hoy llega a España para recibir el Premio Príncipe de Asturias, con Leonard Cohen entre otros.
Se representaba el Nabucco, la ópera de Verdi que evoca la esclavitud de los judíos en Babilonia y que alcanza su momento álgido en el famoso “Va pensiero”, entonado por uncoro de esclavos que cantan a su tierra perdida y a la libertad del pensamiento ya que sus cuerpos están presos. En Italia, este canto es un himno a la libertad desde que se estrenó en 1842, cuando los italianos aún estaban bajo el dominio de los Habsburgo. Y el pasado 12 de marzo, al llegar a ese momento, una ola de emoción insólita recorrió el teatro de Roma: “El silencio se llenó de verdadero fervor cuando el coro entonaba el lamento de los esclavos "Oh patria mía, tan bella y tan perdida”, explicaba Riccardo Muti después. Puede verse en las imágenes. Termina el coro y el público prorrumpe en un aplauso furioso tan largo que la ópera no puede seguir adelante. Los cantantes permanecen en el escenario, sus caras rotas, al borde de las lágrimas, por la intensidad del momento. Se oyen voces que piden un bis de este coro y entre ellas una voz que grita: “¡Larga vida a Italia!”
Y entonces, Muti, el mudo, como dice su apellido, rompió su silencio. Se dio la vuelta hacia el público y mirando también al presidente del gobierno, empezó a hablar en clara referencia a los recortes en su país y en especial a los recortes del gobierno en el campo de la cultura: "Sí, estoy de acuerdo: "Larga vida a Italia", pero yo ya no tengo 30 años, he vivido ya mi vida como italiano y he recorrido mucho mundo. Y hoy siento vergüenza de lo que sucede en mi país. Accedo, pues, a vuestra petición de un bis del "Va Pensiero" pero no lo hago tanto por patriotismo sino porque esta noche, cuando dirigía al coro que cantaba "Ay mi país, bello y perdido", pensé que si seguimos así vamos a matar la cultura sobre la cual se construyó la historia de Italia y entonces nuestra patria sí que estará verdaderamente "bella y perdida".
No sólo el público, también el coro que permanece sentado en su mayoría durante ese canto, se levantó para aplaudir a Muti que se permitió un juego de palabras con su apellido dirigido a los políticos: “Los mudos (muti) le hablan a los sordos (sordi)”. Y por segunda vez en su vida, el director de orquesta accedió a interrumpir el curso de la ópera y a hacer un bis del “Va pensiero” pero con una condición: "Hagamos una cosa. Como el coro lo ha cantado magníficamente y la orquesta le ha acompañado estupendamente, les propongo ahora que se unan al coro y que cantemos todos el "Vapensiero… Pero ojo, a tempo".
Entonces, mirando al público, no a la orquesta ni al coro, Muti dirigió el “Va Pensiero” mientras cientos de papeles, el programa de la noche, volaban desde los palcos superiores como si la gente tirase sobre la cabeza de los políticos sus programas inservibles, mientras cantaba:
¡Vuela, pensamiento, con alas doradas, pósate en las praderas y en las cimas donde exhala su suave fragancia el dulce aire de la tierra natal! ¡Oh, mi patria, tan bella y perdida! ¡Oh recuerdo tan caro y fatal! Arpa de oro de fatídicos vates, ¿por qué cuelgas muda del sauce? Revive en nuestros pechos el recuerdo, canta un aire de crudo lamento, que te inspire el Señor un aliento, que al padecer infunda virtud! ¡Que hable del tiempo que fue!
Al terminar, el teatro entero se puso en pie en un nuevo aplauso. Los cantantes también. Muchos de ellos y ellas lloraban ya sin poder contener la emoción, dándose consuelo en un abrazo o un beso. Hay momentos que te reconcilian con el mundo y con la vida y coros que son capaces de acallar bocazas. Es hermoso cuando los mudos hablan y cantan aunque sea para los sordos…
venerdì 4 novembre 2011
Raccontiamoci la crisi: una fotografia
Sembra un'assurdità, ma in Italia la situazione è grave. Anzi, dico meglio: per l'Italia la situazione è grave. Vero, ti rispondo su questa bellissima piattaforma che abbiamo creato perchè ho un bisogno estremo di guardarmi alle spalle, e di incontrare le persone con cui condividevo una tavola, una chitarra e il nostro vino (che considerando la stagione dovrebbe essere ancora quel "nettare degli dei" che più comunemente si chiama ribolla gialla).
Appunto...il vino, le risate, la nostra compagnia spensierata, anzi pensierata...se mi guardo indietro o se penso al presente, al mese passato a Vicenza con i miei, alla vita di sempre, difficilmente riesco ad intravedere la crisi. Anche nel momento in cui stavo per andare a Roma, il 15 ottobre, alla manifestazione degli Indignati, la mia famiglia mi ha pregato di restare a casa per stare insieme ancora qualche giorno prima della mia partenza. Quindi la famiglia è intervenuta. La famiglia, con la sua stretta protettiva, continua ad intervenire sulla mia vita difendendomi dalla crisi.
Cio' che mi spaventa di più è leggere la gravità della situazione nei giornali. Si parla di catastrofe, di rischio-Italia sicuro se non partono immediatamente le riforme. Si parla di fuga di investimenti, di malaffare, di Stato vicino al rischio. Eppure l'economia reale, l'apparato industriale e imprenditoriale ci permette di essere ancora tra i maggior paesi industrializzati del mondo. Eppure siamo prima del Regno Unito nella classifica dello sviluppo umano dell'ONU. Mi spaventa non vedere la difficoltà estrema annunciata da governi e media. O dai media dei governi. O dai governi dei media.
Ti rispondo, Vero, dicendoti che voglio assolutamente tornare in Italia e vedere cosa succede. E vorrei pure pensare al peggio, e provare a pensare a "cosa succederebbe se". Non è possibile parlare se non si vede e non si tocca con meno quello che sta succedendo. E quindi non è neppure possibile studiarlo. Non riesco, limite alto.
Quindi il mio appello è rivolto verso tutti: torniamo a raccontarci di noi e delle nostre vite.Raccontiamioci la nostra "crisi". Torniamo a farlo qui!!!
Raccontiamoci fatti, esperienze. Nei modi più disparati possibile.
Ho iniziato con questa fotografia.
Lollo
sabato 5 marzo 2011
E' ancora questo l'ideal tipo italiano?
Roma 1° maggio 1945
Mussolini e la sua amante Clara Petacci sono stati fucilati insieme, dai partigiani del Nord Italia.
Non si hanno sulla loro morte e sulle circostanze antecedenti dei particolari di cui si possa essere sicuri. Così pure non si conoscono con precisione le colpe, violenze e delitti di cui Mussolini può essere ritenuto responsabile diretto o indiretto nell’alta Italia come capo della sua Repubblica di Sociale.
Per queste ragioni è difficile dare un giudizio imparziale su quest’ultimo evento con cui la vita del Duce ha fine.
Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935),la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).
Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.
Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.
Mussolini,uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.
In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.
Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.
Elsa Morante, Opere, vol. I, Mondadori (Meridiani), Milano 1988, L-LII
Ebbene non vi pare che la situazione sia sempre la stessa? Che il popolo adulatore e anelante continui a rappresentare la maggioranza del paese? Ricordate le lezioni di Neglie e il mancato colpo di spugna, che invece contraddistinse paesi come la Germania e l'Austria? Inizio a pensare sempre di più che non siamo fatti per la gradualità... sarebbe ora di farsi uno shampoo!
Meo
martedì 22 febbraio 2011
Soluzioni.
Meo
domenica 20 febbraio 2011
guardando all'Italia
E’ incredibile come due esperienze all’estero vissute in momenti diversi abbiano avuto in me conseguenze opposte. La prima mi ha fatto girare verso il mondo, la seconda, questa, mi ha fatto guardare all’Italia. Sarà anche colpa della Vero che non smette mai di stimolarmi su questo punto.
E mi destabilizza, un poco. Ero così pronta ad andare via da questo Paese senza guardarmi indietro.. e ora invece i miei piedi si fermano e sono costretta a dare un’ulteriore occhiata. E’ davvero una causa persa? Sarebbe davvero inutile il mio contributo? Ne vale la pena oppure no?
Penso che la nostra generazione sia quella dei dispersi. Siamo una generazione abituata agli addii, in ogni loro forma. Una generazione che ama nell’incertezza.
Forse mi sbaglio e sono influenzata da quello che è il nostro ambiente di studi, ma non è solo tra noi che trovo esempi.
In questo momento questo nostro Paese non ci garantisce nulla, nemmeno la possibilità di rimanerci. Sembra che per trovare una dignità si debba uscire, perché fuori ci sono più opportunità, un’educazione più varia (non necessariamente migliore), altre possibilità di crescita. Fuori il mondo ci ascolta, se sappiamo farci sentire, qui invece sembra che anche gridando nessuno giri la testa.
E allora mi sono fatta prendere da quel fatalismo che è probabilmente uno dei sentimenti più forti che accomuna molti italiani.
Mi arrabbio e m’indigno e mi esalto e piango e rido per le politiche italiane ma sembra quasi che sia una cosa che mi riguarderà ancora per poco.
Ho deciso a priori di non metterci troppo il naso perché tanto non c’è nulla da fare.
… E se non fosse esattamente così? Se invece fosse possibile un margine di cambiamento e miglioramento?
Ma ancora, a che prezzo? Vale la pena sacrificarsi per questo Paese? E intendo sacrificarsi nel senso di lavorarci, metterci anima e corpo per cambiare le cose, impegnarsi in prima persona. E se non cambiasse nulla? Se anche con l’attuale opposizione al potere il sistema continuasse a funzionare sempre allo stesso modo, plagiato dagli stessi vizi?
Come ha detto Vero guardo alle politiche di questo posto, l’Austria, e mi rendo conto che qui il margine è visibile. E’ un ambiente malleabile, in cui si ragiona, le vie di azione sono chiare, ci si ascolta. E poi guardo all’Italia. E vedo (per quanto io riesca nella mia “ingenuità politica”) che ci sono troppe forze in atto, che il lavoro di alcune persone viene sommerso e sbilanciato in modo sproporzionato da molti altri fattori che non dovrebbero essere all’interno dell’equazione.
L’Italia mi fa paura. Mi fa paura la sua politica. Sembra un buco nero che plasma le persone a sua immagine e somiglianza. A un certo punto bisogna scegliere se si vuole rimanere incorruttibili o piegarsi alle regole del gioco. Solo che è principalmente attraverso la seconda che si può arrivare a raggiungere livelli dai quali è possibile produrre un cambiamento tangibile.
E quindi in mezzo a questo flusso di pensieri e contraddizioni, queste ultime di più recente formazione, non so se distogliere lo sguardo o continuare a fissare, e magari fare qualche passo indietro e affondarci le mani (come quando s’infilano le dita in un sacco di fagioli).
E per voi? In questo misto di amore e odio cos’è che vi fa sperare? Cos’è che vi fa credere che le cose possano cambiare, che si possa combattere e vincere, perché è l’idea di una vittoria possibile che ci fa andare avanti.
Quali sono le vostre ragioni per continuare a guardare, sperare.. e magari anche restare?
Lucia G.
martedì 15 febbraio 2011
Un "noi" a geometria variabile
Rileggendo gli ultimi post di questo blog e le loro risposte mi è caduto l'occhio su una certa ripetizione, quasi rituale, catartica, del termine “noi”: chi siamo noi?o meglio, cos'è questo noi?
Credo che premessa fondamentale di ogni discorso, soprattutto se con ambizioni civiche, sia la definizione, prima di ogni altra cosa, dell'identità di partenza, che può, o forse deve, cambiare nel tempo, ma deve comunque essere sottoposta ad un continuo processo di re individuazione e ridefinizione. Un noi che cambia la sua identità e quindi le sue caratteristiche senza definirsi ad ogni discorso non permette alcun tipo di analisi in quanto non permette l'identificazione di un “loro” antagonista. Meglio, un noi i cui confini e i cui caratteri sono variabili comporta la creazione ad hoc di un “loro” che risponda agli specifici bisogni di questo noi occasionale: è un “loro” che di volta in volta si appropria degli aspetti negativi del “noi”, giustificandolo e facendolo apparire puro e semplice, nel senso di privo di contraddizioni e quindi di complessità. Il “loro” sarà quindi sempre il nemico da combattere, colpevole di tutti i mali. Credo che questa vaghezza concettuale non permetta alcuna forma di discorso performativo, nel senso di creatore di realtà, sia essa relazionale, politica o concretamente attiva. E' terribilmente arrogante pensare che ciò che l'India offre sia l'incontro con un'altra cultura: l'unica cosa, enorme e travolgente, che il subcontinente indiano mi ha violentemente offerto è stata la presa di coscienza che tutto il mio mondo, il mio sistema di pensiero, è riconducibile solo ed esclusivamente a pochi, piccoli, valori di fondo. Sono questi valori a definire, attraverso il linguaggio, la nostra realtà: la mia richiesta a questo blog è quindi quella di prendere in considerazione una definizione dei nostri valori, tra cui l'identità stessa di questo “noi”, per evitare che tutti i problemi siano di volta in volta spostati verso un “loro” indifferenziato e quindi invincibile...Per farlo, è assolutamente necessario discutere i valori che ci muovono, senza averne paura, per sfatarli di ogni retorica e, soprattutto, per eliminarne ogni pretesa universalistica: esiste veramente una legge giusta, Lollo? Gli egiziani in base a cosa hanno diritto ad essere rappresentati da un governo democratico, Pier? Cos'è l'indignazione, Franci? Io condivido tutte queste vostre idee, ma emotivamente: e se le idee si limitano a suscitare emozioni, senza creare realtà definitorie non producono nulla, cadono nel vuoto.
Credo che noi, partiamo da un “noi” limitato, noi amichetti di Gorizia, noi dovremmo essere più responsabili verso noi stessi e verso le parole che utilizziamo: definiamoci in modo forte in base ai nostri valori e diamo quindi un significato univoco e forte, ma non per questo statico, alle nostre parole che saranno allora veramente creatrici di significati e realtà.
Se ciò non accadrà temo che ci troveremo come gli antichi greci a ripeterci sbalorditi:
“Perché è già notte e i barbari non vengono
è arrivato qualcuno dai confini
a dire che di barbari non ce ne sono più
Come faremo adesso senza i barbari?
Dopotutto, quella gente era una soluzione”
C. Kavafis
Lucia
PS. Lollo, a capo di che ministero mi metti?
mercoledì 9 febbraio 2011
stimoli..

stimoli stimolistimoli stimolistimoli bisognodistimoli bisognobisogno bisogno
Affronto discorsi sul futuro. Mi sento vuota.
Corro nel blog, nel nostro blog, sapendo per certo che i generali di vent'anni mi avrebbero aiutata
Io sono ancora qui, sto correndo dietro ad un dettato di francese che invece ceh avvicinarsi sembra flutturaare sempre lì ad una certa distanza, che mi permette di sfiorarlo con i polpastrelli ma non di afferrarlo
Un po' come succede con i sogni, con tutti i miei sogni dai più banali (voglio fare la cantante) ai più "seri"(specialistica, double degree, exchange...), che a volte li sento, sono veri, sono lì... ma d'altronde chi non si è mia svegliato sudato, di soprassalto, con un sorriso, con una lacrima dopo un sogno che "ti giuro, era come se fosse vero!!!"
Cercavo qualcosa che mi aiutasse ad afferrare qualche sogno, cercavo uno stimolo, cercavo un soffio di vento che alimentasse i carboni ardenti, perchè basta quello poi il fuoco sa alimentarsi.
In questo momento tanti fuochi si sono accessi, la Tunisia, l'Egitto (piccolo inciso:Can you find Egypt?!?Merci Quentin pour la photo,and the feedback!!), tante braci che attendevano lì da anni, da generazioni..che ne pensiamo, noi, di questi fuochi?
Ne pensiamo che stiamo a parlare di Ruby talmente tanto che io ho paura che ci darà la nausea, e anche questa storia passerà via, come se "nulla" fosse, stiamo che un parlamentare dell'IDV è ora diventato il primo lacché del nostro Prime Minister, così Prime e così Minister che se non fosse per tutti i soldi che lo Stato Italiano (al quale ora mister B. vorrebbe fare causa) gli sgancia, forse neppure Gheddafi vorrebbe più vederlo.
Sono tornata a Roma dove il mio cuore è tornato a ricordare l'esperienze di quest'estate con i rifugiati politici...anche per loro nulla è cambiato, anche loro cercano stimoli. A molti sono state rifiutate le richieste, dovranno andarsene, ad alcuni invece il permesso sulla carta è stato concesso ma la situazione di tutti i giorni è la stessa di prima. Camerate da otto persone, un pasto al giorno...e sono fortunati...quattro bambini bruciati...e siamo in Italia, nella capitale.
In quest'Italia unità che vuole esserlo ma non ne è capace.
In quest'Italia, schiava di Roma, che dovrebbe avere 150 anni, ma secondo me ne ha solo 63...fondamentalmente è più giovane dei suoi politici...
Che Iddio la creò! ma dov'è Iddio ora? No sai, signor G. (Gesù o Gaber, a seconda delle preferenze) io credo che sarebbe l'ora di tornare e dirgliele due paroline perchè, sai, così altri 2000 anni non ce li facciamo!!!
Smettiamola di lamentarci, fratelli d'Italia!
Pure Assange ha promesso grandi rivelazioni su di noi..perchè noi non sappiamo dirci le cose, serve che ci sia qualcun'altro a spiegarci come siamo...
Sai cosa pensavo che sarebbe divertente, per dimostrare che nulla cambia? Pensavo a come potrebbe ricadere il sistema politico, giusto com'è successo 20 anni fa, quando noi generali stavamo solo dando un occhio al campo di battaglia.
Allora era successo per un assegno di mantenimento post divorzio non sganciato , ora potrebbe succedere per un divorziato che l'assegno l'ha sganciato, sì, ma ad una puttana...ah, segni dei tempi che cambiano...
Ah, a proposito di vent'anni: signora Lega! ora che è pure Lei a Roma, e ha visto la situazione, mi pare di capire che abbia compreso perchè a quella poltrona tutti si affezionino così tanto...non la molla più!
Lega, immigrati, Europa dell'Est...Bucarest!!!
Sono passata al blog di Lollo, e ho subito trovato un post recente: che sorpresa e che delizia poter leggere le tue parole, Lollo!! Come colpiscono nel profondo, come ti fanno sentire fortunata quando il tuo unico problema è un dettato di francese e un programma di mobilità studentesca.....forse è per questo che ci siamo zittiti, generali? troppo in attesa di vedere che fine faranno le nstre carte, le nostre application?
E la vita intanto?
La vita che mi ha mostrato Lollo è ben diversa dalla mia, da quella che vedo e conosco da sempre..
Qualche giorno fa ho fatto il mio solito "volontariato " per Intercultura, e mi sono interrogata se quello fosse davvero volontariato.. se non lo è solo aiutare chi sta male, chi è in una situazione d'emergenza, invece che ridere e escherzare in quello che in quel momento non mi sembrava altro che un club di privilegiati...
la risposta definitiva non la so. Ho pensato però che se alla fine il risultato è fare del bene nel cuore delle persone, far nascere un sorriso dopo una lacrima,allora sì, anche quello è aiutare, anceh quello serve... da qualche parte si deve pur cominciare, no?
Io comincio da qui....di stimoli penso di averne lanciati molti..qualcuno che voglia affrontarli assieme a me?
Silvia
giovedì 2 dicembre 2010
Good Luck My Baby
Eppure così com'è, ingiusta e anche crudele, l'Italia io la trovo insostituibile.
Mi piace l'italia perchè mi ha fatto....
Le frasi di Biagi sull'Italia :http://www.youtube.com/watch?v=kOuL7b0PoV8
e in sottofondo ...http://www.youtube.com/watch?v=Hx34TzNIeT0
Paolo Conte che ci fa una linguaccia, ci lascia cantare e aumenta il ritmo e ti fa correre piccolo italiano! E corri anche tu, piccola italiana!!!
Via via, vieni via di qui
niente piu' ti lega a questi luoghi
...
via via neanche questo tempo grigio
...
it's wonderful, Good luck my baby
IT'S WONDERFUL!
Silvia
lunedì 22 novembre 2010
Tema: l'Italia
La chimera. L'Italia.
Piccola premessa per spiegarvi lo stato d'animo con cui due mesi fa mi accingevo a lasciare la patria.
Pensavo: oh là. Finalmente.
Basta coi quotidiani farneticamenti politici, basta discussioni accompagnate da “rossa routine” con parenti e amici sul paese che va a picco, basta metafore del tipo che vivere in Italia è come stare sul Titanic mentre i violinisti suonano e non ti accorgi che vai a fondo, basta messaggi domenicali a Lollo del tipo “leggiti l'editoriale di Diamanti”... Per Dio, basta con questa smania tipica italiana di scannarsi su tutto che poi non cambia niente, basta!
Ecco, basta anche ascoltare Gaber, che tanto alla fine di “Qualcuno era comunista” si piange sempre.
Basta fatalismo, basta manicheismo, basta attivismo, basta con tutti gli -ismi del meraviglioso e dannato stivale: prendiamo fiato, finalmente.
Usciamo dal microcosmo e vediamo un po' se riusciamo a diventare “europei”: ah, grandioso, Vienna capitale della Mitteleuropa! Oh capitale, investimi con tonnellate di Impero Austroungarico, Opera, Mozart, decorazioni natalizie stucchevoli, razionalità nordica, socialdemocrazia, trasparenza, Schiele, Kokotschka, vin brulè, wurstel e chi più ne ha più ne metta. Ti accolgo a braccia aperte. Non ne voglio più sapere di te, patria approssimativa che più ti amo e più ti fai odiare. Inizio la vita da Erasmus, sarò uno zero tra gli zeri, tu non c'entri niente, ti metto in stand-by per un po', guarda, smetto pure di parlare italiano. Stop.
Ecco, solo una piccola concessione ti faccio: mi porto via il tricolore, sai, in fondo non voglio dimenticarti del tutto, spero solo che non mi prendano per fascista quando me lo vedono in camera. E magari non cambio la homepage e tengo quella del Corriere. Ma basta, tutto qua. Lasciami vivere, per pietà.
Bene.
Oggi posso dirvi che mi sento molto più in Italia di due mesi fa. Perché la peso con nuovi parametri e la osservo da fuori, tutto il tempo.
Con cadenza settimanale qualcuno mi domanda ghignante: “did you vote for Berlusconi bunga-bunga?” e quel che mi assale è una specie di impotenza rabbiosa incontrollabile e lo so che non porta a niente, perché mi paralizza e mi impedisce di rispondere razionalmente. Tento allora di spiegare, e le prime conclusioni che mi vengono in mente sono sempre impersonali, “così stanno le cose”, “ce ne vuole prima che cambi”, quasi con gli occhi al cielo, e mi accorgo di essere risucchiata io stessa nel fatalismo italiano in stile Sciascia, che poi è lo stile di quasi tutti noi, e che si rispecchia nel sorrisetto di chi ho di fronte.
Allora mi impegno, spiego con calma e ci metto i nomi, i legami causa-effetto. Ma dall'altra parte c'è sempre un'incomprensione che sconfina nello scherno.
Non li biasimo. Ma ieri ne ho avuto un esempio lampante ed è stato davvero difficile. Sono andata ad una conferenza dal titolo “Democracy and the Media” a cui erano presenti fior fior di sociologi americani oltre ai direttori di New York Times, Die Welt, e... La Repubblica.
Il dibattito inizia con un aplomb pazzesco, volano parolone tipo “technology revolution”, “public accountability”, “structural and behavioural regulation”, proprio un salottino accademico e gustoso. Ma c'è un outsider. È lui: Ezio Mauro.
Con un inglese un po' stentato, ma con quell'enfasi italica che stride col dibattere americano tipo Letterman's show, l'Ezio nazionale espone il suo punto di vista a partire dalla nostra anomalia. Parla di intolleranza del potere verso l'informazione, col primo che possiede la seconda, populismo moderno, politici che diventano idoli, opinione pubblica che è audience, la solita storia.
Quel che mi sconcerta non è tanto il suo italianissimo accento, ma la risposta della platea e degli altri invitati alla conferenza.
L'assemblea dei professoroni considera il caso italiano una “patologia da manuale” o una “lezione al contrario”.
Mentre il pubblico ride.
Ride degli scandali sessuali, di questo Primo Ministro che dice ai cittadini di informarsi solo guardando la tv, della posta italiana che è così lenta che tutti quanti si comprano il giornale in edicola, del conflitto d'interessi mai risolto.
Ezio Mauro cerca di proseguire nonostante l'ilarità generale e non ride, ma suda. Io anche. La conferenza si sta svolgendo in uno dei più antichi teatri di Vienna, il bellissimo Burgstheater, il che rende la situazione ancora più grottesca. Una commedia, una buffonata.
E mi dispiace di cuore dirvelo, ma su quel palco non c'era solo Ezio Mauro o il solito S.B., ma c'eravamo tutti noi. Derisi, considerati un'anomalia su cui non serve neanche spendere due parole, accademiche o politiche: basta farci una risata sopra. Chissenefrega dell'Italia, pensavano, ci andremo quando vogliamo un po' di arte e di pizza, magari.
Scusate il catastrofismo, lo so, vi pongo una questione che è forse la più difficile di tutte. Ma voglio le vostre idee, perché qui non è possibile sfogare questi sentimenti con nessuno, di fronte a me c'è solo un muro nordico, efficiente e trasparente, cavolo, vorrei una cena di politica, lacrime e risate.
Scriviamo un tema collettivo.
Dulcis in fundo, tornando indietro dalla conferenza ho acceso l'Ipod, e dopo due mesi Gaber è sbarcato a Vienna. Insieme a tutti quelli che “pensavano di poter essere vivi e felici solo se lo erano anche gli altri”.
Che fare quando torneremo?
Dopo due mesi sto capendo che la vita è grande... Ma il tricolore che ho in camera è ciò da cui tutto comincia e a cui tutto finisce.
A presto.
Veronica
mercoledì 10 novembre 2010
Bucarest vi presenta due generali
Provoca i miei pensieri, che difficilmente la sera riesco a riordinare. Ma oggi vi voglio scrivere di due generali che ho conosciuto tre settimane fa ad un incontro di una Ong italo-romena, dove faccio volontariato.
Oggi sono stato in periferia, nella penultima fermata della metro linea 1. L'appartamento di Alex ed Eugene è al piano terra di uno dei tanti ed orrendi blocchi che coprono le strade dal sole. Palazzi la cui funzione era quella di obbligare le persone a vivere in un'uguaglianza serva del potere.
Alex ed Eugene vivono al piano terra. Sono stato invitato per il pranzo, perchè Eugene è un bravissimo cuoco, dicono. Infatti la ciorba di trippa di maiale, la mamaliga (polenta con panna acida) e il pesce impanato non metteranno in dubbio l'abilità dello chef. Ha fatto un pranzo squisito, ed io sono dimagrito; la mia pancia infatti è rimasta lì perchè troppo pesante.
Con Alex ed Eugene c'era anche un altro ragazzo, un bambino che non ha avuto la possibilità di crescere, per colpa della malattia. Ha 23 anni e mi arriva al fianco, perchè è alto 1.55, per colpa della malattia. Ha sei dita in una mano, per colpa della malattia. E' fragile per colpa dell'AIDS.
Eugene ed Alex hanno 21 anni e sono ragazzi sieropositivi, abbandonati 21 anni fa in qualche ospedale di Bucarest. Accuditi negli ex terribili orfanotrofi del regime, e successivamente in istituti specializzati, questi bambini senza famiglia hanno subito una delle più grandi atrocità del regime comunista di Nicolae Ceausescu: sono stati vittima di sperimentazione negli ultimi anni del regime. Sperimentazioni che usavano gli orfanelli come cavie per trovare chi fra di loro possedesse gli anticorpi contro il virus HIV. Eh sì, gli orfani...ma io mi chiedo se ci sia un qualcuno che sia più ultimo di un orfano. La società non accetta mai tutti, ma dove può stare un bambino che non è accettato neppure dalla propria madre? Chi si prende la responsabilità di ricordarsi di un rifiutato dalla propria madre? Chi si è preso la responsailità? Il governo ha deciso per gli orfanotrofi. Ho sentito dei racconti orribili sugli orfanotrofi ma non sono in grado di portare argomenti sicuri, non posso parlare di questo.
La situazione degli orfanelli in Romania ha pesato sull'ingresso dello stato nell'UE. Si nega che le sperimentazioni siano continuate dopo la morte del dittatore, ma Alex ed Eugene sono solo due dei tantissimi bambini col sangue infetto. Pensate che negli anni '80 il 60% dei malati di AIDS d'Europa proveniva dalla Romania.
Una brutalità che ora pesa sulla pelle di Alex ed Eugene, due generali di 21 anni che vivono insieme in un appartamento sociale, con una pensione di 200 euro al mese. La casa è piccolina ed accogliente. La cucina è il regno di Eugene, super cuoco, estremamente attento, calmo in cucina, riservato e pacifico fuori. La sua camera è anche il salotto dove 4 ore ci hanno accompagnato nel nostro tour gastronomico di quest'oggi. La camera di Alex è bella, non proprio piccola. Ma Alex ha bisogno di spazio in quanto la sua vivacità, e la sua parlantina sono le armi più terribili di questo mitico ufficiale.
Lavorano entrambi come cassieri e si spaccano 8 ore al giorno per cinque giorni, portando a casa 200 euro al mese. Vorrebbero parlare l'inglese e l'italiano. Vorrebbero che gli accompagnassi spesso al teatro nazionale, vorrebbero, credo, conoscere tutto ciò che sarà loro necessario per cominciare una vita autonoma, nell'appartamento sociale, fuori dall'istituto. Hanno poi in mente svariati progetti per arredare la casa. Devono badare ad una cagnolina di nome Noce.
Vorrebbero avere una ragazza ma pensano che ci sia il diavolo nelle romene.
Ora hanno 21 anni e devono iniziare una vita. Il progetto di Fdp, ong italo-romena, è quello di affiancare ragazzi volontari a questi piccoli generali, proprio per costruire delle amicizie. Si esce, si va al cinema, al ristorante, nel centro commerciale. Mi hanno invitato a pranzo. Il progetto è perciò volto a costruire un'amicizia-supporto, niente di più semplice.
Perchè credo che anche un generale abbia bisogno di un bastone.
Ora devono partire per questa strada di Bucarest che si chiama vita. Ma non sapete che geni che sono! Sono così carichi, ottimisti, la loro voglia di vivere non ha confini! Quanto hanno riso oggi. E il bello è che qui a Bucarest Alex ed Eugene non sono gli unici ad avere un naso rosso e a sorridere. Vorrei raccontarvi di tutti gli altri.
A Bucarest ho conosciuto molte strade, con indirizzi di diversi nomi. Vi racconterò, farò un nuovo blog per questo.
Ma le strade dei ragazzi di Bucarest sono sotto il sorriso del sole. E' vero...hanno in comune l'ombra del male, ma è un ombra che pesa sul loro passato. Gli indirizzi dei bucuresi sono svariati. La strada dei ragazzi di questa città è una sola e si chiama Vita che deve cominciare. Deve cominciare ora, perchè a 20 anni si comincia sul serio, perchè a 20 ci si sfrega veramente le mani.
Sono generali, perchè vivono autonomamente mettendo in comune le forze di quattro braccia magre, ma agili e veloci. Sono generali perchè il loro distintivo non è una stella a punte, ma un sorriso permanente.
Sono generali perchè hanno lottato a mani nude, senza, credo, l'arma più efficace che un bambino che diventa uomo può avere: una mamma ed un papà.
Sono generali perchè hanno l'arma più importante, senza la quale un uomo non potrebbe fare altro che piangere: la fiducia in una delle scommesse più difficili della vita. La vita stessa.
In bocca al lupo Alex
In bocca al lupo Eugene
Lollo
venerdì 22 ottobre 2010
Un paese ci vuole,ma una città è meglio...
come al solito mi ritrovo ad essere parte,mio malgrado, solo virtuale dei vostri simposi di vino,politica,vita,progetti...ma quest'anno(o quanto meno questo semestre),siamo tutti un pò sparsi per l'Europa,pertanto soffrirò meno l'isolamento.
Già..l'isolamento...per la felicità dell'idealista ed ottimista per antonomasia,lo Scalchi nazionale,sono uscita dalla situazione che più d'ogni altra è stata ragione delle mie lamentele nelle nostre chicchierate.
I tempi di adattamento sono solo più estesi in una grande città(o forse il problema ero semplicemente io e la grande città non c'entrava nulla),ma non è detto che non ci si possa svegliare dal letargo,per quanto lungo questo sia stato,no?
Quindi eccomi,al mio terzo anno di vita milanese con tanti progetti in via di realizzazione:politici,di vita,di felicità.
Non è semplice,ma non lo è per nessuno di noi.
Credo che questo significhi veramente crescere:trasformare la realtà che ci sta intorno.O meglio,trasformare la nostra visione della realtà circostante,adattarla,plasmarla con piccole fatiche quotidiane.
Trovarsi e sentirsi a casa in un posto dove fino al giorno prima ci si sentiva stranieri,scoprire di essere legati a quei luoghi che ci hanno provocato tanta sofferenza,frustrazione,forse,ma che ci hanno consentito di guardare oltre,di imparare da noi stessi che non si può rimanere aggrappati ad un'idea che non ci appartiene più.
Ecco,la cosa più difficile per me è stato accettarmi nel mio cambiamento,accettare e non rigettare quella nuova maniera di vedere la vita che si andava insinuando dentro di me,che io vivevo come un tradimento della "vera me",ma che stava semplicemente significando "crescere".
Crescere,ed elaborare quanto di nuovo vissuto,le nuove facce,le nuove esperienze,tutti i calci in culo di cui la vita troppo spesso è prodiga e capire che non c'è coerenza più grande e profonda di quello che ci appare come un tradimento,perchè si può rimanere generali,ma si possono cambiare ed affinare le armi con la conoscenza.
E rimanere legati alla vecchia maniera di combattere non si chiama coerenza,ma stupidità.
Beh..perdonate il tono molto poco professionale e la scarsa profondità dei contenuti.
Ma la leggerezza nel dirvi che sono contenta di avervi inocontrato in questo tratto di strada è qualcosa che ci dovevo.
Perchè siamo dei generali di vent'anni..e
"a vent'anni s'è stupidi davvero,quante balle si ha in testa a quell'età"-
ps:ma adesso che io vado per i 22 e voi siete tutti abbondantemente 21enni...il titolo rimane una licenza poetica?o siamo di quella categoria che siccome è "giovane dentro" rimane sempre ventenne?(io opto per la seconda)
vi saluto e vi abbraccio,
tutti.
In qualsiasi angolo d'Europa voi siate spero vi giunga il mio sorriso arcuato.
Ambra..(solo per stavolta...dalla prossima tornerà la più professionale Elettra ;-) )
lunedì 18 ottobre 2010
Rette parallele
Eh sì, perché mi sa tanto che in questi giorni a ognuno di voi – tutti quelli che Lollo ha nominato – fischiavano le orecchie. Sì, parecchio, e la causa ero io!
Qui la chiamano “crisi post-un-mese-di-Erasmus”, sentimento comune a molte persone che calcano le scene di questo nuovo palcoscenico in cui mi muovo, ma io non la chiamerei proprio crisi. È però una sensazione strana, direi positiva, che mi prende appena riemergo da questo vortice che è Vienna, e mi fa pensare a voi, alle parole tra noi e alla vita che le percorre.
Ora per qualche mese sarà diverso: tante domande mi riempiono la testa in questa città, ma quando voglio condividerle certo non posso tirare un sasso alla vostra finestra, Lollo e Fra, non posso mandarti un sms per ricevere una tua risposta perfetta (e sgrammaticata!), Luci, non posso suonare il campanello di casa Ubik, Vale, né sprofondare nel tuo divano, Silvia.
Mi pongo nuove domande, incrocio nuovi sguardi (e Lollo, credimi, qui il mio occhio barcolla ben poco) e cerco qualche risposta con calma, senza fretta, senza il vino del Collio, senza incrociare i vostri occhi a tavola e senza il nostro straordinario ping pong di parole.
Apro una porticina alla volta, su innumerevoli mondi paralleli: lo studentato in cui vivo, quel labirinto austroungarico che è l'università di Vienna, i volti della metro, la Histomun che inizia proprio tra un'ora. Infatti ora devo uscire. Ma prima volevo dirvi questo al volo, di getto, dirvi che ci sono, dirvi che in questi mesi ognuno – sì, ognuno di noi – sta facendo un viaggio suo, ma che in fondo lo stiamo facendo insieme. E sapete: qui vivo con una ragazza che studia ingegneria civile, una splendida persona che vi farò conoscere. E proprio ieri lei mi ha ricordato che in matematica le rette parallele si incontrano all'infinito.
Ora mi tuffo nel mondo, e se su questo blog si ricomincia, sappiate che io ci sono. Sempre
Vi abbraccio forte
Veronica
Energia elastica
Che cosa, siamo diventati muti? Le nostre parole, i nostri pensieri?
Non siamo mica vegetali!
Mi riferisco a tutti noi, a tutte le persone che hanno scritto, commentato, letto, ammirato e criticato il nostro blog, a tutti; a tutte quelle bottiglie di vino consumate parlando e discutendo di idee, pensieri che sembravano più grandi di noi, ma che erano all’ordine del giorno nella realtà goriziana, e in questo blog!
Ma porco demonio ragazzi che fine abbiamo fatto? Come mai l’ultimo intervento è stato scritto il 28 maggio? il 28 maggio!!! Ho bisogno di sentirvi, di poter partecipare ad una discussione, o alla semplice condivisione di un pensiero semplice, di una canzone o di una cazzata. Il signor Vino certo, ora non aiuta, ora non ci tira più fuori le parole di bocca perché, non so nelle altri parte della Union Europenne, ma qui in Romania il vino non è buono. La democratica Gorizia? Eh la democratica Gorizia si è fermata per alcuni mesi, aspettando il ritorno di molti democratici, di nuovo a tavola insieme. Ma allora? Abbiamo tante cose da raccontarci e sarebbe un’opportunità persa fermare il grande fiume di prima per tutta la durata del periodo in cui siamo lontani. Un’opportunità persa perché è proprio la diversità dei posti in cui viviamo che può riavvicinarci, nel momento in cui saremo di nuovo insieme, nella realtà e nella “virtualità” di internet.
Allora basta questo silenzio, entriamo di nuovo tutti assieme in questo appartamento virtuale. Sediamoci attorno a questa tavola rotonda, la vedete? Ma sì eccola, con tante sedie, infinite sedie. Con il signor Vino, tanto vino, ma quello buono del Collio, mica quello romeno (e non si offendano i romeni che ci stanno seguendo), con le nostre pastasciutte salsiccia e panna, o le classiche al tonno come fanno gli scout. Poi io vorrei sapere che fine ha fatto Enzo Riccio! Enzo, ma non eri tu quello che dal nulla veniva sempre fuori con un: “Ma ditemi ragazzi, voi che ne pensate di…”; e poi via 3-4-5-6-7 mila minuti e ore, sempre su quel tavolo, anche se Vale sbadiglia e tenta, sotto le minacce malefiche del resto dei matti, di andarsene a casa; o di Lollo, che,in quelle rarissime volte (vorrei colorare rarissime per evidenziare il fatto che veramente erano rarissime, ma non lo faccio perché sono umile) in cui doveva studiare, veniva forzatamente ed illegalmente (contro i naturali diritti dell’uomo e dei soggetti di diritto) preso di peso trattenuto e inchiodato su quella sedia, dai sicari-bravi Enzo e Meo, che eseguivano gli ordini di colei che giudicava, ed infine condannava. La faccia di Lucia emetteva sentenze, e il coro poetico degli altri intonava il fatale inno con solennità: “Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: / essamina le colpe ne l'intrata; / giudica e manda secondo ch'avvinghia”. Porco cane Meo, quei risotti erano buoni sì ma…avvelenati di tanta follia, di tanta allegria, che ancora poco e ci rimanevamo secchi. E poi Fede, che decretava la prova per chi era un “picciriddu”, e doveva essere iniziato alla Setta: una domanda fatale, un indovinello di Edipo: “Ma quali sono le tue letture?”. Ebbene, se il povero Cristo rispondeva ddsefkrinxsa allora sì, aveva l’autorizzazione a sedersi nella tavola rotonda. Quindi Vero! I tuoi occhi Vero erano il segno dell’incantesimo: nel momento in cui uno dei due, il sinistro, comincia a chiudersi, allora la pozione etilica è buona. Dove sono finiti i tuoi occhi ora? Io qui non vedo niente dal 28 maggio! Silvi Pier, Bendetta XVI, i tuoi fedeli sono straziati! Dove sei, ok che hai scritto tu l’ultimo post ma…dove sei pure tu? Ti aspettiamo ogni giorno alle una in piazza, aspettando l’Angelus e quindi una tua uscita dalla finestra, con quel tuo mento battezzato, rivolto verso l’alto, che annuisce importantemente. Poi Ambra, mica devo aspettare il prossimo campo di Libera per parlarti vero? Ambra, ora avrei molte cose da raccontarti perché Bucarest, in certe cose, mi sembra un po’ Milano ma…dove sei pure tu? Poi tu Catta, che hai passato una notte intera a rispondere al post di Enzo, e…aspettate: prima si era stampata il post, poi aveva preso cinque evidenziatori di colore diverso, aveva cominciato a sottolineare le parole che non conosceva, e, a controllarle sul vocabolario…alla fine, senza sapere che se non salvi file e spegni il computer tutto si perde, un vento infernale (la mandante è sempre Lucia) cancellò senza pudore il suo scritto word-work. E poi tutti gli altri che hanno lasciato un ricordo di loro qui dentro: Rodo, Franci, Gio, Cap anche voi! Ci sono delle persone nuove, forse anche di altri paesi che vorrebbero scrivere.
Io aspetto un vostro segno. Se mi dite che possiamo continuare, allora si inizia! Cose da scrivere nel prossimo post non mancheranno, ve lo prometto! Ma prima aspetto voi, scriverò non in un blog morto.
Ragazzi a presto, c’è un elastico in noi che ora è stato tirato da tante nostre esperienze fatte autonomamente. L’elastico piano piano si deve liberare di quell’energia potente, potentissima!
Di quell’energia che si chiama parola, unica arma lecita nelle battaglie dei generali.
Il vostro Lollo
venerdì 28 maggio 2010
Ognuno il suo ruolo
Chiaramente non io, ma Albert Camus, La Peste
Tipologie di Comunicazione in queste extrémités de la solitude .. Gorizia...
ma come ci ricordava giustamente Lollo, Gorizia è tutto tranne solitudine.
Gorizia è stare in mezzo, nell'onda, proprio in quel punto dove l'acqua si avvolge e crea un mulinello, dove non ci si vede perchè c'è la schiuma, dove si perde il senso dell'orientamento, ma tanto non sei troppo distante dalla spiaggia... a metà tra l'andare a fondo e la spinta vitale per tornare a galla.
parole parole parole..gocce nel mare
ma d'altra parte nessuno ci costringe a tuffarci
però quando guardiamo da fuori capiamo che lì, proprio lì in mezzo, c'è un posticino che sta aspettando giusto noi... io qui, tu lì, standoci comodi...
questione di ruoli..è solo questione di trovare quello che è giusto per noi..
il giusto modo per esprimerci, per farci capire...
Silvia
lunedì 17 maggio 2010
Benedetta sia Gorizia maledetta
Gorizia è profondamente democratica. Democraticissima.
Vivere a Gorizia è un'esperienza di democrazia continua, e, per quanto ne dicano, l'ambiente goriziano è ottimo per chi vuole fare politica.
Perchè questo.
Gorizia, lo si sa, è una città quasi morta. Sono uno studente universitario, la cui mente ha bisogno, per definizione stessa di studente universitario, di continui stimoli intellettuali. Fermiamoci per semplicità solo a quelli intellettuali. Di stimoli ne abbiamo nella nostra facoltà (chi più, chi meno). Ma fuori? Fuori, beh... Molto spesso fuori non ci sono: dobbiamo crearceli da soli. Ed ecco a voi la prima caratteristica positiva di questa città: gli stimoli sono nostri, creati da noi, quindi decisamente non banali, quindi molto sentiti; ecco quindi che siamo disposti fino in fondo a condividerli anche agli altri.
Che cosa offre Gorizia a coloro che sono desiderosi di condividere stimoli di questo tipo? Nulla. Nulla se non il bar. Il bar è un posto in cui sei obbligato, mediante dazio, a pagare per stare seduto su sedie già piazzate, e parlare a coloro che sono di fronte di...qualcosa. Non si fa altro al bar. Si parla di qualcosa. E siccome noi non siamo ragazzini delle medie, per ricollegarmi al discorso iniziale, al bar noi universitari siamo obbligati, perchè appunto paghiamo i 2£ per uno spritz, a sviluppare i nostri grandi piccoli stimoli intellettuali. Anzi per essere meno elitari generalizzo: siamo obbligati a parlare-ridere-scherzare. Ma tra eguali, ad un livello paritario.
Cosa succede nelle grandi-medie città? Quello che succede spesso il sabato sera a Gorizia davanti all'Enigma: moltitudine di persone = spaesamento. In queste occasioni, quando trovi gente di tutti i tipi, spesso spicca tra la massa o chi è fisicamente più alto degli altri o chi grida di più. In questo gioco vince chi è più forte. Il timido è segato fin dall'inizio. E' una selezione naturale. Vive chi lotta. Vive chi urla. Vince la vivacità stupida.
Cosa si può fare inoltre a Gorizia? Si resta a casa.
La sfiga sembra il nostro destino. Ma, se ci pensate, a casa (no forse solo in alcune case) si consuma la cena in compagnia (abile modo per non tagliarsi le vene). Tra i coinquilini l'addetto cuoco mette in tavola e con un "gong" sul coperchio della pentola segna l'inizio di qualcosa di magico che sta per succedere. Quel "gong" non è il suono dell'imperatore, ma il momento in cui tutti, allo stesso modo, allo stesso tempo, si mettono attorno allo stesso tavolo.
Incomincia la cena. Ebbene, in due anni di convivenza goriziana, io non ho mai visto i miei coinquilini essere gli stessi per due sere di fila. Quanti di noi sono cambiati in questi due anni, quanti hanno cambiato e adattato le loro idee, quanti più disposti ad ascoltare, quante idee nuove! Quel tavolo è il motivo per cui molti nel mondo lottano e muoiono. OOOOOOOOh che parolone! Non so, in effetti mi sto facendo prendere dalla poesia. Quel tavolo, però, mi ha fatto crescere molto. Con me, i miei coinquilini. Con noi le nostre doti di retorica. In democrazia molto spesso si vince perchè si è diversi, nell'uguglianza. Vince chi è più convincente, o chi è più bravo a parlare, o chi ha idee migliori. Ma tutti con gli stessi mezzi.
A tavola si impara molto più di retorica che nei corsi organizzati dai partiti. A cena si espone la propria tesi. La si mette al vaglio degli altri. La si argomenta in modo efficace. Si rispettano i ruoli di tutti. Non si fa un discorso ma si discute. Atteggiamenti violenti? Ci si indigna, e li si rifiutano. Si sta zitti? Si parla anche a chi sta zitto. O meglio: non si deve stare zitti. Tutti questi insegnamenti puri di democrazia.
Le domande filosofiche? No, non si possono fare davanti ad un pubblico di bevoni.
Il bere: ecco, a Gorizia si beve perchè bere è normale, non perchè vuol dire essere diversi.
Tutto questo mi è venuto in mente in un minuto. E un minuto, lo so, è poco, troppo poco per dire delle verità. In fondo, anche se tutto questo è vero, un buon politico dovrebbe essere attivo e non fermarsi a ciò che ha, ma arrivare a ciò che non c'è e che ci dovrebbe essere. Gorizia non offre nulla di più. Gorizia produce goriziani: gente cara, ma tutt'altro che attiva. Non induce le persone a parlare in pubblico, non crea motore di aggregazioni, non forma al di fuori dei suoi confini. Sembra che voglia stare per sempre vicino a questo confine, con la faccia rivolta formalmente verso est. Gorizia. Invece bisognerebbe spesso tornare indietro, voltarsi, verso quell'Italia che sta più al di dentro, più alle sue spalle. I problemi stanno soprattutto lì.
Bene, forse tutto quello che ho scritto sopra è facilmente smontabile con queste ultime considerazioni. No, forse no. Forse è solamente quel poco di buono che dobbiamo recepire da questa città tanto morta e vecchia, ma che qualcosa di bello pur sempre può dare.
Saluti
Lollo
venerdì 7 maggio 2010
In risposta alla negazione del libero arbitrio
Enzo ha proposto una discussione appassionante ed essendo interessato all'argomento provo a proseguire il dibattito. Anche se l'idea che mi sono fatto è moderatamente distante dalla sua, il mio intervento non vuole essere la negazione delle sue affermazioni, ma vuole stimolare invece una riflessione sullo stesso argomento in un'ottica diversa.
Ciò che ha scritto Enzo è ragionevole, io stesso mi sono posto la questione in termini pressoché identici. E ho cercato di trovare una scappatoia, un rimedio alla situazione che si prospettava. Vi propongo quello che ho scoperto.
Perché ci poniamo il problema del libero arbitrio? Sicuramente perché la libertà, la possibilità di scelta sono tra i nostri valori più vivi e profondi, tutti noi amiamo l'idea di poter controllare la nostra vita, il nostro futuro, di non essere burattini vittime degli avvenimenti.
Parlare di libertà dell'uomo come autodeterminazione assoluta (la “causa sui”) non ha a mio avviso molto senso, è pacifico che in una qualche misura noi tutti siamo determinati, dal luogo di nascita, dal nostro codice genetico, dalle scelte passate...Il punto sta nel capire in che misura noi “soffriamo” questa determinazione, se completamente (come sostiene Enzo) o solo parzialmente, avendo quindi spazio per la nostra libertà. Alcuni filosofi hanno infatti parlato di libertà finita, limitata, sotto condizione, altri hanno escluso la libertà di volere a favore della libertà di fare, cioè delimitata dal rango delle possibilità oggettive che sono sempre più o meno ristrette di numero.
Per quanto riguarda il determinismo la questione è complessa: la fisica contemporanea sembra negarlo (secondo il Principio di indeterminazione di Heisenberg) anche se nella nostra quotidianità tutto sembra avvenire secondo legami di causa-effetto; d'altronde la prospettiva opposta (l'indeterminismo) non è un argomento a favore del libero arbitrio: come diceva Hume, se tutto è determinato noi non siamo liberi, ma se tutto è indeterminato non lo siamo comunque, visto che le nostre azioni sarebbero vittima del caso e scollegate dunque dal nostro carattere, dalle nostre emozioni e dai nostri valori. Hume conclude sostenendo che il senso della libertà sfugge alla comprensione della ragione umana.
La soluzione più diffusa a questa situazione apparentemente senza vie di uscita è di tipo metafisico, e consiste nel considerare l'uomo come dotato di una mente, di uno spirito, di un intelletto che non appartiene al mondo della realtà ma appartiene invece a quello dell'idealità. In questo senso lo spirito è qualcosa di separato dal corpo, dal cervello, che sono composti invece di elementi chimico-fisici reali. In base alle varie concezioni filosofiche la mente e la realtà sono più o meno strettamente in contatto: si tratta però sostanzialmente del dualismo cartesiano mente-realtà, idea che, ammettiamolo, non convince molto.
Molto più convincenti sarebbero le soluzioni estreme: quella materialista (la mente non esiste, la nostra coscienza è data solamente da movimenti e interazioni di atomi che compongono le cellule cerebrali) e quella idealista (la realtà non esiste o è riducibile all'idealità, esiste solo il mondo metafisico dello spirito).
Sorprendentemente, però, il dualismo mente-realtà è ritornato in voga in ambito scientifico nel '900: Bohr, Heisenberg, Bohm, Schrodinger, hanno tutti assunto posizioni che sembrano conciliare il mondo del reale con quello dell'ideale.
Naturalmente non è possibile dimostrare l'esistenza di un'entità metafisica come l'intelletto, almeno non con i metodi scientifici tradizionali. Postulando l'esistenza della mente, non è difficile affermare che essa è libera: la mente potrebbe essere influenzata dal mondo esterno (dal codice genetico del corpo, dall'ambiente in cui si vive, da un danno fisico al cervello) ma avere comunque spazi per agire e scegliere “liberamente”. Insomma la discussione sul libero arbitrio deve per forza sfociare verso la filosofia della mente, dal momento che in ottica materialistica è molto difficile attribuire la libertà all'uomo, così come dare un senso alle cose e un fine alle cause.
Insomma l'idea che mi sono fatto è che il libero arbitrio sia un concetto limite la cui esistenza non si può negare o affermare con avventatezza, anche per il fatto che la questione si intreccia a tematiche scientifiche in continua evoluzione e ben lungi dall'aver raggiunto traguardi inconfutabili (basti pensare al fatto che attualmente ci sono dodici diverse interpretazioni della meccanica quantistica di cui tre si basano sul determinismo, sei sull'indeterminismo e due si dichiarano agnostiche a riguardo).
Volevo concludere facendo alcune considerazioni.
La prima richiama la celebre scommessa di Pascal ed è la seguente: credere nel libero arbitrio è più conveniente che non credervi. Infatti se il libero arbitrio esistesse, credere nella sua esistenza sarebbe sicuramente meglio che non credervi, perché saremmo più positivi, attivi e ottimisti. Se il libero arbitrio non esistesse, crederci o no non dipenderebbe da noi, perché sarebbe già determinata (o casuale) la nostra credenza o non credenza.
Se qualcuno ha dubbi sul fatto che il credere nel libero arbitrio (se esso esiste) possa migliorare la propria attitudine può dare un'occhiata a questo articolo http://psp.sagepub.com/cgi/content/abstract/35/2/260, ma le ricerche in questo campo sono abbastanza diffuse e mostrano risultati simili. Inoltre è notevole che la civiltà oggi più “avanzata” (passatemi la superficialità dell'affermazione) sia quella occidentale, che fa della libertà uno dei suoi valori cardinali (valore a cui sembra tenere molto anche il Dio cristiano).
L'altra considerazione, complementare alla prima, è quella che il non credere nel libero arbitrio rende disillusi e scoraggiati nei confronti della realtà. Percependo la rigida concatenazione di cause ed effetti nulla riesce più a stupire, a sbalordire, ogni nostra sensazione, ogni sentimento, ogni valore e ogni emozione sembra artefatto, innaturale, falso. Tutto viene sminuito, dai grandi traguardi raggiunti dall'umanità alla magnificenza della natura. Questa è la sensazione che ho provato quando mi è capitato di considerare il mondo in modo fortemente deterministico, quando ho badato più alle cause che ai fini, più al come che al perché (e noi, che siamo scienziati, siamo ben avvezzi a questo modo di ragionare).
Contro le declinazioni più esasperate di questo modo di esistere io propongo di dare più spazio alla creazione, al progetto, alla vitalità e alla meraviglia per le cose del mondo.
Federico
sabato 24 aprile 2010
Sul libero arbitrio
Siccome l’impegno visto come volontà di far cambiare qualcosa è l’idea ispiratrice di questo blog non credo di andare “off topic” se mi permetto (e vi propongo) di fare una riflessione che ha come argomento la libertà di volere, principio informatore di ogni sforzo umano e di ogni (buona) intenzione.
Vi pongo quella che Belohradsky avrebbe forse definito una questione di (s)fondo per la delicatezza delle sue implicazioni. Sostengo infatti che non esista il libero arbitrio, precondizione essenziale di ogni sforzo teso al cambiamento i cui risultati non siano già stabiliti (o prevedibili da un’intelligenza onnisciente) prima ancora del momento in cui nella mente del soggetto agente compaia l’idea che ne ispirerà le azioni.
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Partiamo dal concetto di libertà. Essa, per definizione, non può dipendere da alcuna causa. Più precisamente la libertà è la facoltà di cominciare da sé, senza cause precedenti, una serie di modificazioni (definizione kantiana). Se ci spostiamo da questo assunto di base stiamo parlando d’altro.
Secondo me le variabili che influenzano l’agire umano si possono dividere in due categorie: riconducibili al corpo e riconducibili ai condizionamenti esterni.
- Tra le variabili riconducibili al corpo penso che la principale sia la conformazione del cervello, che è diversa da persona a persona ed influenza molto la vita di ciascuno di noi. Avere una parte più sviluppata di un’altra può significare essere più impulsivi, o più creativi, più intuitivi… Intendo dire che tra due individui a parità di ogni altra variabile, quello con un cervello più portato alla razionalità sarà più bravo a rispondere a quesiti logici dell’altro. - Per inciso aggiungo che questa è un’altra questione di (s)fondo, visto che se si scoprisse che una razza ha un cervello più dotato in alcuni campi (o semplicemente più dotato in assoluto) rispetto ad altre razze non si sa dove si potrebbe arrivare. – Comunque vi sono un’infinità di altre variabili somatiche che contano. A titolo di esempio nomino: ormoni; altezza; potenza degli impulsi sessuali; deformazioni e/o menomazioni, e l’elenco sarebbe ancora lunghissimo.
- Tra le variabili riconducibili ai condizionamenti esterni ci sono sicuramente l’educazione ricevuta; le esperienze; le persone frequentate e moltissimi altri fattori di questo genere.
Il processo decisionale (la volontà) si basa su un mix di tutte queste variabili, molte delle quali completamente casuali con ciascuna che da persona a persona può essere più o meno importante.
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Nel momento della nascita non abbiamo una liberà volontà: le eventuali differenze di comportamento sono imputabili solamente alle variabili somatiche (cervello, ormoni etc.), penso che ciò sia incontestabile. Crescendo veniamo influenzati dall’ambiente e cominciamo a volere.
Coloro che credono nel libero arbitrio sosterranno che vi sia un processo che da completamente condizionati (la situazione alla nascita) porti ad essere liberi ed indipendenti. Questo processo deve necessariamente avere un input (altrimenti non si spiegherebbe la sua esistenza), e l’input deve essere o interno o esterno all’individuo. Se l’input è interno allora esso non potrà che dipendere dalle caratteristiche del cervello (o da altre variabili riconducibili al corpo), se è esterno sarà di per sé un condizionamento, e, come tale, sarà differente da individuo a individuo a seconda del contesto dal quale è prodotto.
Viene quindi meno, a mio avviso, la possibilità di determinare una volontà indipendente, visto che anche chi ne afferma l’esistenza si trova in imbarazzo nel dire da dove provenga l’input dell’ipotetico processo di transizione che da condizionati renderebbe indipendenti e liberi.
A chi ancora dubbioso obiettasse “io sono libero perché posso fare ciò che voglio” Schopenhauer chiederebbe “ma puoi anche volere ciò che vuoi?”. E in caso di risposta affermativa la domanda successiva sarebbe “puoi anche volere ciò che vuoi volere?” e così avanti sempre più in alto, all’infinito, cercando invano di raggiungere un ipotetico volere indipendente da tutto.
Questa mia negazione senza appello di ogni libertà della volontà ha due implicazioni evidenti.
- La prima può essere riassunta dalla frase attribuita a Madame de Stael "tout comprendre c'est tout pardonner". Prendiamo l’esempio di un terrorista. Considerando le cose dal punto di vista di una mente onnisciente che conosca ogni caratteristica fisico/cerebrale e tutti i condizionamenti esterni del terrorista, pur restando innegabile che esso abbia fatto del male, sarebbe difficile non avere, stando dalla parte dell’intelligenza assoluta, un moto di compassione e di perdono nei confronti di questo individuo che non ha altra colpa se non quella di essere nato con un certo corpo ed essere stato esposto a determinati condizionamenti. Non intendo con ciò dire che non si debba condannarlo penalmente: è oggettivo che abbia fatto del male (non sto quindi sostenendo la tesi nichilista che bene e male sono concetti relativi). Dico solo che alla necessaria condanna penale di “giustizia terrena” (necessaria affinché l’esempio non venga seguito e non si faccia altro male) non mi sentirei di aggiungere un moto dell’animo di odio o di disprezzo.
- La seconda implicazione è complementare alla prima. Non posso cioè, sempre ipotizzando di stare dalla parte della mente onnisciente sostenere che chi agisce nel bene lo faccia di sua libera volontà. Le persone buone e/o brave sono semplicemente più fortunate di quelle cattive. Ai miei occhi il loro merito è ridotto nella misura in cui la colpa dei malfattori è attenuata e intesa solo in una sua particolare accezione avulsa dal concetto di libera volontà.
A questo punto rimane ancora da dare un’importante spiegazione: perché continuiamo ad agire e non ci adagiamo sul divano fino a morire d’inedia?
La spiegazioni possibili secondo me sono due, riconducibili ancora alla dicotomia corpo/condizionamenti esterni:
- neanche questa scelta dipende da una nostra libera volontà. Un istinto atavico e animalesco di sopravvivenza della specie (che risiede nel corpo) ci impedisce di comportarci in modo autodistruttivo
- in realtà non abbiamo che una conoscenza distorta e parziale delle cose. Distorta perché la nostra educazione e i valori fondanti del mondo tendono a premiare in ogni contesto chi agisce (in modo confacentesi alle aspettative) inducendoci ad agire pavlovianamente. In questo caso sarebbero i condizionamenti esterni che influenzano la nostra capacità di vedere le cose come stanno. Inoltre la nostra visione è parziale perché non tutto è intelligibile per noi, visto che non vediamo l’infinito rapporto causale come potrebbe fare la mente onnisciente e, non avendo l’evidenza incontestabile di fronte agli occhi, possiamo fare al massimo delle congetture delle quali però non siamo convinti nel profondo (come starei facendo io in questo momento).
Spero di aver esplicato abbastanza ordinatamente almeno il nocciolo della riflessione che ho portato avanti negli ultimi due mesi. In realtà ci sarebbero ancora molte connotazioni e corollari da aggiungere, ma li tralascio per motivi di sinteticità.
Vi prego di farmi sapere se non siete d’accordo con me. Se non lo farete non sarò in errore pensando che ogni vostro impegno finalizzato al miglioramento non è altro che una sorta di movimento inerziale di fattori da voi impossibili da controllare (perché mancano le premesse per farlo).
Enzo
domenica 18 aprile 2010
Una critica al liberalismo fossatiano
Leggendo il libro di Fossati non ho potuto fare a meno di formulare alcune considerazioni. Ve le presento.
Mi sembra che uno dei punti focali del testo sia il contrasto tra l'etica della reciprocità liberale e la political correctness della corrente costruttivista. Fossati critica la seconda impostazione proprio perchè il politically correct manca dell'idea della reciprocità: gli stranieri non sono tenuti a rispettare la nostra cultura (perché deboli) ma noi siamo obbligati a rispettare la loro, non solo, ma non possiamo fare nulla quando i nostri connazionali sono perseguitati nei paesi esteri (vedi in particolare pag. 70, ma è una costante in tutte le prime centocinquanta pagine del libro).
Cerco di analizzare la questione: il liberalismo è una dottrina politica individualista, fin qui non ci piove. Le battaglie che sono state portate avanti dal liberalismo sono tutte a favore di diritti e libertà personali, dalla libertà di espressione a quella di commercio. I liberali disprezzano lo stato perché lo vedono come un entità disumana, spersonalizzante ma soprattutto incredibilmente potente: lo stato può soverchiare l'individuo e le sue libertà con i mezzi e la forza di milioni di uomini. Il liberalismo in linea generale se deve scegliere se stare dalla parte dello stato che deve costruire l'autostrada e il cittadino che rischia l'espropriazione della casa sceglie quest'ultimo.
Chi invece ha una concezione “forte” dello stato ritiene che per perseguire il bene pubblico la singolarità degli individui deve essere talvolta sacrificata per un fine superiore, e quindi qualcuno perderà la casa, qualcuno abiterà vicino a una centrale nucleare o a una discarica. Il liberalismo ha il grandissimo merito di aver sconfitto il potere dell'aristocrazia: i liberali volevano l'eguaglianza giuridica dei cittadini, e in particolare l'eliminazione dei privilegi nobiliari. Il principio di reciprocità qui si presenta così: io pago x quantità di tasse quindi anche tu paghi x quantità di tasse.
La critica più importante a questa dottrina la conosciamo tutti ed è la teoria marxiana, che in sostanza dice che le differenze di possesso economico (inevitabili nel sistema economico proprio del liberalismo che è il liberismo) rendono inutile l'eguaglianza giuridica e politica e non permettono un vero sviluppo dell'individuo.
I liberali ritenevano in sostanza che tutti gli uomini dovessero essere eguali dal punto di vista giuridico e politico, ma che la loro ricchezza “iniziale” (per nascita) o la ricchezza ottenuta nello svolgimento delle loro attività fossero svincolate e indipendenti dalla ricchezza di altri individui.
I social-democratici (i costruttivisti) cercano invece di colmare le varie differenze tra individui, siano esse di tipo economico (welfare state), fisico (rispetto e “correttezza politica” verso i disabili, gli anziani e i bambini), “intellettuale” (istruzione pubblica e obbligatoria), culturale (rispetto e correttezza politica verso le minoranze).
Insomma questi moderati di sinistra hanno paura del dominio, del potere di una componente della popolazione nei confronti di un'altra, ad esempio dei ricchi sui poveri, degli aitanti sui deboli, degli istruiti sugli ignoranti, degli adulti sui bambini e così via. E quindi tutelano, creano privilegi per i deboli, con norme giuridiche, regole di costume o convenzioni linguistiche, come chi chiama il netturbino “operatore ecologico” e viene tacciato di bizantinismo, falsità, di dire le cose in burocratese e non veramente come stanno.
Ciò nondimeno è questa l'impostazione generale dominante (almeno negli stati europei) ed è accolta con le dovute misure anche da liberali e conservatori (di certo le leggi a tutela dei minori non sono un'esclusiva della sinistra), e per questa ragione mi stupisce l'intransigenza di Fossati.
Per capire quanto questa concezione sia preminente basta dare un'occhiata alla Costituzione: il principio solidarista (art 2), il principio di uguaglianza sostanziale (e non formale), la presenza di imposte progressive (se chi ha 10 paga 1, chi ha 20 non paga 2 ma 3 o 4), il rispetto delle minoranze linguistiche e religiose sono tutti derivati di tale dottrina il cui scopo sembra essere quello di non volere che un gruppo, una componente della società prevalga sulle altre grazie a una qualche superiorità.
Quindi chi continua a rifarsi a questo famoso principio di reciprocità (che è chiamato anche “regola d'oro” per la sua internazionalità) prima di tutto non comprende gli sviluppi etico-politici degli ultimi due secoli e in secondo luogo non considera le profonde diversità presenti tra gli uomini. Quando al mondo saremo tutti eguali nel corpo e nello spirito, per capacità economica e di fronte alla legge (cioè mai) il principio di reciprocità sarà veramente la moralità assoluta. Fino ad allora è nostro compito a mio avviso cercare di colmare le enormi differenze, e in particolare le più nocive, al fine di offrire ad ogni individuo la possibilità e l'opportunità di vivere dignitosamente e in modo paritario nei confronti degli altri individui.
Con questo non voglio giustificare scelte discutibili come la creazione e l'imposizione di termini barocchi o la mancanza totale di reciprocità nei confronti dei cittadini stranieri, sostengo però che è giusto avvicinarsi all'esatta misura che ipoteticamente colmerebbe ogni differenza.
Il mio intervento non è una difesa a spada tratta del politically correct (argomento sul quale sono disinformato) ma una critica all'uso indiscriminato e non problematico del principio di reciprocità. Preferirei di gran lunga che si attaccasse la correttezza politica con motivazioni più pragmatiche e realiste, ad esempio mettendo in luce l'irrealizzabilità della dottrina solidarista per il fatto che in ogni società, anche nella più plurale delle democrazie, vi è sempre e comunque una componente dominante che imposta i valori e detta le norme e che senza questa condizione oltre alla libertà di culto e al diritto di assistenza dei disabili bisognerebbe garantire anche il diritto di non rispettare la legge.
Aggiungo una piccola postilla: il solidarismo e la “correttezza politica” di cui si parla rispecchiano sostanzialmente la volontà di dare a tutti gli individui eque opportunità, di dare a un povero le stesse opportunità di un Fossati, di dare a un ignorante le stesse opportunità di un Fossati, di dare a un tetraplegico le stesse opportunità di un Fossati.
Il Fossati invece, vuole la reciprocità, vuole tutti uguali e a tutti uguali diritti, ma questi diritti, queste “eguali libertà” sono quelle che ha conquistato la classe liberale e borghese, composta da uomini ricchi, colti, adulti e (generalmente) senza difetti fisici o malformazioni. Quindi tra questi diritti non ci sarebbe il diritto di un tetraplegico di poter usufruire della scala semovente, non ci sarebbe il diritto di un cieco che fa il segretario di avere strumenti ausiliari, un aiutante che lo accompagna sulle scale o dei privilegi di qualche tipo, dovrebbe essere trattato in modo “reciproco”, come tutti gli altri.
Mi rendo conto che gli esempi di diversità fisica sono i più emblematici e rischiano di banalizzare la questione in quanto “strappa lacrime”, ma il concetto per quel che mi riguarda è lo stesso per differenze di tipo economico, culturale e storico (non dovrebbe stupire che la political correctness americana cerca di “privilegiare” gli afro-americani dopo 3 secoli di schiavitù e 150 di inferiorità giuridicamente riconosciuta).
La conclusione che arrivo a trarre è che il solidarismo e la correttezza politica sono fenomeni etico-politici complessi (e, per quel che mi riguarda, di grande valore) che non possono essere ridotti banalmente alle sofisticherie linguistiche di qualche bigotto.
Cosa ne pensate?
Federico

