Io, Bartolomeo, sono nato e cresciuto in Italia, e mi sento italiano. Spero non mi giudichiate male per aver stravolto le parole di una delle più belle canzoni del signor G, ma volevo un'introduzione che facesse comprendere da subito quale sarà il tono di questo post. Scrivo finalmente nel blog perché sono stufo di farci dietrologia. Lo ammetto, io ne ho parlato spesso del blog, senza mai osare scrivervi, credo per una recondita paura della parola scritta, quella che rimane. Scrivo perché sono stufo di leggere nelle vostre parole il perenne lamento sulla situazione italiana. Lamento di solito seguito da un appello all'amore patrio, da un desiderio di crescita e di rinascita rispetto ai fattori dell'equazione che secondo Lucia G. non dovrebbero esserci. Siamo d'accordo, non dovrebbero esserci, ma ci sono perdio! E allora dico che è ora di smetterla di mettere sempre in luce gli stessi difetti ed iniziare davvero a parlare delle soluzioni, dei progetti! Sembriamo il PD dannazione! E comincio io per primo. Voi tutti conoscete il mio stile sanguigno, le mie sparate distruttive, del resto se proprio devo sentirmi un generale, mi sento un generale d'artiglieria, non vado per il sottile, come l'affilato fioretto della filosofia del linguaggio, con il quale Lucia Ruby (scusa non ho resistito!) cerca di risolvere il problema della definizione di “noi”. Ma lo apprezzo molto Lucia, il tuo è sicuramente un cercare di risolvere, non un lamentare un problema! Ebbene, comincio con un colpo di Berta: le proteste delle donne in piazza mi fanno ridere. E ora spiego il perché. Saltate pure sulle sedie, ma io trovo quelle proteste l'ennesimo insieme di banderuole sventolanti. Queste (e questi, è un problema comune a tutte le manifestazioni degli ultimi anni), in buona parte prive di una reale coscienza dei problemi e di idee di soluzione, si agitano per criticare una grottesca tara culturale che attanaglia una metà abbondante della popolazione italiana, personificata nel cattivo esempio del Presidente del Consiglio. E la critica è solo un lamento, uno slogan, un “basta alla donna-oggetto”, gridato purtroppo in primo luogo ad un uomo, e non alla donna stessa. Perché se è vero che è l'uomo ad indurre in tentazione, offrendo vie facili in cambio di favori, è pur sempre la donna a cadere in tentazione. Così come il sistema diffuso di clientelismo fa cadere in tentazione buona parte delle organizzazioni politiche e sociali in genere. E allora, se di tara culturale si tratta (e a mio parere è così) è su quella che bisogna lavorare, non sulla maggiore o minore indecenza di chi ci rappresenta al Parlamento. Perché bisogna ricordare che chi vota Berlusconi è la maggioranza degli italiani. Perché checché se ne dica, il nostro è ancora un sistema elettorale democratico in cui la maggioranza vince. E il problema primo sta proprio nella maggioranza. La maggioranza degli italiani è individualista e menefreghista. Credo che nessuno abbia da ridire su questo assunto. E la domanda da porsi è: come mai è la maggioranza ad essere menefreghista ed individualista? La risposta, a mio avviso, è banale quanto l'epigrafe di Monsieur Lapalisse e quanto le chiacchiere dalla parrucchiera: le persone con poca cultura storicamente fanno più figli (o meglio, quelle con molta cultura ne fanno pochi), e generalmente sono queste ad avere un atteggiamento maggiormente individualista e poco cosciente della società complessiva. Ovviamente la mia è una generalizzazione delle più becere, ma ritengo di non sbagliare dicendo che è abbastanza aderente alla realtà delle cose. Ebbene a questo punto orientiamoci alla ricerca di soluzioni. Queste sono due. Una prevede un definitivo disgusto prodotto dalla coscienza di essere una minoranza e la conseguente fuga alla ricerca del luogo dove essere maggioranza. La seconda, invece, prevede la coscienza di vivere in una società che si è orientata verso una brutta china e il desiderio di partecipare ad una sua riforma. Come si può riformare? E' una domanda estremamente difficile, ma io mi ci butto, se non altro per darvi lo stimolo di rispondermi con colpi di mitraglia nel caso in cui le mie parole vi paiano “una cagata pazzesca” per fare una citazione cara a molti di noi. La mia risposta è: facendo tanti figli e dandogli un'educazione valida quanto quella che, a quanto pare, noi abbiamo ricevuto. Una tara culturale si elimina mettendola in minoranza. E personalmente nutro poca fiducia nei mezzi di indottrinamento associazionistico, anche perché è un campo nel quale la Chiesa cattolica continua a dominare. Il vero mezzo di riforma è il nucleo sociale di base, la famiglia. Per quanto il contesto sociale nel suo complesso possa rappresentare un forte elemento di influenza, è sicuramente la famiglia il fondamentale elemento di formazione. Certo è che, perché una riforma possa dirsi compiuta, è il contesto sociale a dover risultare cambiato. Ma la possibilità di cambiamento passa dalla coscienza delle famiglie. Quando si arriverà ad avere la coscienza di un professore, non più sradicata dalle menti degli alunni per una deriva di ottusità collettiva data dall'inabilità all'ascoltare e dagli schiamazzi ricreativi, ma acquisita e rinforzata dall'educazione familiare, allora ci sarà il vero cambiamento culturale. Allora sì, che la si smetterà di desiderare un'altra maggioranza, che non è politica in senso stretto, ma sociale. Questa è la mia idea di soluzione amici miei, ma ce ne sono anche altre, più rapide e sanguinose. Maximilién docet, e parlo di Robespierre, non di mio fratello...
Meo
martedì 22 febbraio 2011
domenica 20 febbraio 2011
guardando all'Italia
Devo ammettere che mi tremano quasi le mani a scrivere su questo blog. L’ho letto a lungo sempre un po’ distaccata. L’ho annusato, diciamo.
E’ incredibile come due esperienze all’estero vissute in momenti diversi abbiano avuto in me conseguenze opposte. La prima mi ha fatto girare verso il mondo, la seconda, questa, mi ha fatto guardare all’Italia. Sarà anche colpa della Vero che non smette mai di stimolarmi su questo punto.
E mi destabilizza, un poco. Ero così pronta ad andare via da questo Paese senza guardarmi indietro.. e ora invece i miei piedi si fermano e sono costretta a dare un’ulteriore occhiata. E’ davvero una causa persa? Sarebbe davvero inutile il mio contributo? Ne vale la pena oppure no?
Penso che la nostra generazione sia quella dei dispersi. Siamo una generazione abituata agli addii, in ogni loro forma. Una generazione che ama nell’incertezza.
Forse mi sbaglio e sono influenzata da quello che è il nostro ambiente di studi, ma non è solo tra noi che trovo esempi.
In questo momento questo nostro Paese non ci garantisce nulla, nemmeno la possibilità di rimanerci. Sembra che per trovare una dignità si debba uscire, perché fuori ci sono più opportunità, un’educazione più varia (non necessariamente migliore), altre possibilità di crescita. Fuori il mondo ci ascolta, se sappiamo farci sentire, qui invece sembra che anche gridando nessuno giri la testa.
E allora mi sono fatta prendere da quel fatalismo che è probabilmente uno dei sentimenti più forti che accomuna molti italiani.
Mi arrabbio e m’indigno e mi esalto e piango e rido per le politiche italiane ma sembra quasi che sia una cosa che mi riguarderà ancora per poco.
Ho deciso a priori di non metterci troppo il naso perché tanto non c’è nulla da fare.
… E se non fosse esattamente così? Se invece fosse possibile un margine di cambiamento e miglioramento?
Ma ancora, a che prezzo? Vale la pena sacrificarsi per questo Paese? E intendo sacrificarsi nel senso di lavorarci, metterci anima e corpo per cambiare le cose, impegnarsi in prima persona. E se non cambiasse nulla? Se anche con l’attuale opposizione al potere il sistema continuasse a funzionare sempre allo stesso modo, plagiato dagli stessi vizi?
Come ha detto Vero guardo alle politiche di questo posto, l’Austria, e mi rendo conto che qui il margine è visibile. E’ un ambiente malleabile, in cui si ragiona, le vie di azione sono chiare, ci si ascolta. E poi guardo all’Italia. E vedo (per quanto io riesca nella mia “ingenuità politica”) che ci sono troppe forze in atto, che il lavoro di alcune persone viene sommerso e sbilanciato in modo sproporzionato da molti altri fattori che non dovrebbero essere all’interno dell’equazione.
L’Italia mi fa paura. Mi fa paura la sua politica. Sembra un buco nero che plasma le persone a sua immagine e somiglianza. A un certo punto bisogna scegliere se si vuole rimanere incorruttibili o piegarsi alle regole del gioco. Solo che è principalmente attraverso la seconda che si può arrivare a raggiungere livelli dai quali è possibile produrre un cambiamento tangibile.
E quindi in mezzo a questo flusso di pensieri e contraddizioni, queste ultime di più recente formazione, non so se distogliere lo sguardo o continuare a fissare, e magari fare qualche passo indietro e affondarci le mani (come quando s’infilano le dita in un sacco di fagioli).
E per voi? In questo misto di amore e odio cos’è che vi fa sperare? Cos’è che vi fa credere che le cose possano cambiare, che si possa combattere e vincere, perché è l’idea di una vittoria possibile che ci fa andare avanti.
Quali sono le vostre ragioni per continuare a guardare, sperare.. e magari anche restare?
Lucia G.
E’ incredibile come due esperienze all’estero vissute in momenti diversi abbiano avuto in me conseguenze opposte. La prima mi ha fatto girare verso il mondo, la seconda, questa, mi ha fatto guardare all’Italia. Sarà anche colpa della Vero che non smette mai di stimolarmi su questo punto.
E mi destabilizza, un poco. Ero così pronta ad andare via da questo Paese senza guardarmi indietro.. e ora invece i miei piedi si fermano e sono costretta a dare un’ulteriore occhiata. E’ davvero una causa persa? Sarebbe davvero inutile il mio contributo? Ne vale la pena oppure no?
Penso che la nostra generazione sia quella dei dispersi. Siamo una generazione abituata agli addii, in ogni loro forma. Una generazione che ama nell’incertezza.
Forse mi sbaglio e sono influenzata da quello che è il nostro ambiente di studi, ma non è solo tra noi che trovo esempi.
In questo momento questo nostro Paese non ci garantisce nulla, nemmeno la possibilità di rimanerci. Sembra che per trovare una dignità si debba uscire, perché fuori ci sono più opportunità, un’educazione più varia (non necessariamente migliore), altre possibilità di crescita. Fuori il mondo ci ascolta, se sappiamo farci sentire, qui invece sembra che anche gridando nessuno giri la testa.
E allora mi sono fatta prendere da quel fatalismo che è probabilmente uno dei sentimenti più forti che accomuna molti italiani.
Mi arrabbio e m’indigno e mi esalto e piango e rido per le politiche italiane ma sembra quasi che sia una cosa che mi riguarderà ancora per poco.
Ho deciso a priori di non metterci troppo il naso perché tanto non c’è nulla da fare.
… E se non fosse esattamente così? Se invece fosse possibile un margine di cambiamento e miglioramento?
Ma ancora, a che prezzo? Vale la pena sacrificarsi per questo Paese? E intendo sacrificarsi nel senso di lavorarci, metterci anima e corpo per cambiare le cose, impegnarsi in prima persona. E se non cambiasse nulla? Se anche con l’attuale opposizione al potere il sistema continuasse a funzionare sempre allo stesso modo, plagiato dagli stessi vizi?
Come ha detto Vero guardo alle politiche di questo posto, l’Austria, e mi rendo conto che qui il margine è visibile. E’ un ambiente malleabile, in cui si ragiona, le vie di azione sono chiare, ci si ascolta. E poi guardo all’Italia. E vedo (per quanto io riesca nella mia “ingenuità politica”) che ci sono troppe forze in atto, che il lavoro di alcune persone viene sommerso e sbilanciato in modo sproporzionato da molti altri fattori che non dovrebbero essere all’interno dell’equazione.
L’Italia mi fa paura. Mi fa paura la sua politica. Sembra un buco nero che plasma le persone a sua immagine e somiglianza. A un certo punto bisogna scegliere se si vuole rimanere incorruttibili o piegarsi alle regole del gioco. Solo che è principalmente attraverso la seconda che si può arrivare a raggiungere livelli dai quali è possibile produrre un cambiamento tangibile.
E quindi in mezzo a questo flusso di pensieri e contraddizioni, queste ultime di più recente formazione, non so se distogliere lo sguardo o continuare a fissare, e magari fare qualche passo indietro e affondarci le mani (come quando s’infilano le dita in un sacco di fagioli).
E per voi? In questo misto di amore e odio cos’è che vi fa sperare? Cos’è che vi fa credere che le cose possano cambiare, che si possa combattere e vincere, perché è l’idea di una vittoria possibile che ci fa andare avanti.
Quali sono le vostre ragioni per continuare a guardare, sperare.. e magari anche restare?
Lucia G.
martedì 15 febbraio 2011
Un "noi" a geometria variabile
Premessa: visto che tutti conoscete bene la mia timidezza grafica e soprattutto tastiero-grafica, siate indulgenti nei vostri commenti...non sono aggressioni personali, se non a me stessa: vi voglio bene!
Rileggendo gli ultimi post di questo blog e le loro risposte mi è caduto l'occhio su una certa ripetizione, quasi rituale, catartica, del termine “noi”: chi siamo noi?o meglio, cos'è questo noi?
Credo che premessa fondamentale di ogni discorso, soprattutto se con ambizioni civiche, sia la definizione, prima di ogni altra cosa, dell'identità di partenza, che può, o forse deve, cambiare nel tempo, ma deve comunque essere sottoposta ad un continuo processo di re individuazione e ridefinizione. Un noi che cambia la sua identità e quindi le sue caratteristiche senza definirsi ad ogni discorso non permette alcun tipo di analisi in quanto non permette l'identificazione di un “loro” antagonista. Meglio, un noi i cui confini e i cui caratteri sono variabili comporta la creazione ad hoc di un “loro” che risponda agli specifici bisogni di questo noi occasionale: è un “loro” che di volta in volta si appropria degli aspetti negativi del “noi”, giustificandolo e facendolo apparire puro e semplice, nel senso di privo di contraddizioni e quindi di complessità. Il “loro” sarà quindi sempre il nemico da combattere, colpevole di tutti i mali. Credo che questa vaghezza concettuale non permetta alcuna forma di discorso performativo, nel senso di creatore di realtà, sia essa relazionale, politica o concretamente attiva. E' terribilmente arrogante pensare che ciò che l'India offre sia l'incontro con un'altra cultura: l'unica cosa, enorme e travolgente, che il subcontinente indiano mi ha violentemente offerto è stata la presa di coscienza che tutto il mio mondo, il mio sistema di pensiero, è riconducibile solo ed esclusivamente a pochi, piccoli, valori di fondo. Sono questi valori a definire, attraverso il linguaggio, la nostra realtà: la mia richiesta a questo blog è quindi quella di prendere in considerazione una definizione dei nostri valori, tra cui l'identità stessa di questo “noi”, per evitare che tutti i problemi siano di volta in volta spostati verso un “loro” indifferenziato e quindi invincibile...Per farlo, è assolutamente necessario discutere i valori che ci muovono, senza averne paura, per sfatarli di ogni retorica e, soprattutto, per eliminarne ogni pretesa universalistica: esiste veramente una legge giusta, Lollo? Gli egiziani in base a cosa hanno diritto ad essere rappresentati da un governo democratico, Pier? Cos'è l'indignazione, Franci? Io condivido tutte queste vostre idee, ma emotivamente: e se le idee si limitano a suscitare emozioni, senza creare realtà definitorie non producono nulla, cadono nel vuoto.
Credo che noi, partiamo da un “noi” limitato, noi amichetti di Gorizia, noi dovremmo essere più responsabili verso noi stessi e verso le parole che utilizziamo: definiamoci in modo forte in base ai nostri valori e diamo quindi un significato univoco e forte, ma non per questo statico, alle nostre parole che saranno allora veramente creatrici di significati e realtà.
Se ciò non accadrà temo che ci troveremo come gli antichi greci a ripeterci sbalorditi:
“Perché è già notte e i barbari non vengono
è arrivato qualcuno dai confini
a dire che di barbari non ce ne sono più
Come faremo adesso senza i barbari?
Dopotutto, quella gente era una soluzione”
C. Kavafis
Lucia
PS. Lollo, a capo di che ministero mi metti?
Rileggendo gli ultimi post di questo blog e le loro risposte mi è caduto l'occhio su una certa ripetizione, quasi rituale, catartica, del termine “noi”: chi siamo noi?o meglio, cos'è questo noi?
Credo che premessa fondamentale di ogni discorso, soprattutto se con ambizioni civiche, sia la definizione, prima di ogni altra cosa, dell'identità di partenza, che può, o forse deve, cambiare nel tempo, ma deve comunque essere sottoposta ad un continuo processo di re individuazione e ridefinizione. Un noi che cambia la sua identità e quindi le sue caratteristiche senza definirsi ad ogni discorso non permette alcun tipo di analisi in quanto non permette l'identificazione di un “loro” antagonista. Meglio, un noi i cui confini e i cui caratteri sono variabili comporta la creazione ad hoc di un “loro” che risponda agli specifici bisogni di questo noi occasionale: è un “loro” che di volta in volta si appropria degli aspetti negativi del “noi”, giustificandolo e facendolo apparire puro e semplice, nel senso di privo di contraddizioni e quindi di complessità. Il “loro” sarà quindi sempre il nemico da combattere, colpevole di tutti i mali. Credo che questa vaghezza concettuale non permetta alcuna forma di discorso performativo, nel senso di creatore di realtà, sia essa relazionale, politica o concretamente attiva. E' terribilmente arrogante pensare che ciò che l'India offre sia l'incontro con un'altra cultura: l'unica cosa, enorme e travolgente, che il subcontinente indiano mi ha violentemente offerto è stata la presa di coscienza che tutto il mio mondo, il mio sistema di pensiero, è riconducibile solo ed esclusivamente a pochi, piccoli, valori di fondo. Sono questi valori a definire, attraverso il linguaggio, la nostra realtà: la mia richiesta a questo blog è quindi quella di prendere in considerazione una definizione dei nostri valori, tra cui l'identità stessa di questo “noi”, per evitare che tutti i problemi siano di volta in volta spostati verso un “loro” indifferenziato e quindi invincibile...Per farlo, è assolutamente necessario discutere i valori che ci muovono, senza averne paura, per sfatarli di ogni retorica e, soprattutto, per eliminarne ogni pretesa universalistica: esiste veramente una legge giusta, Lollo? Gli egiziani in base a cosa hanno diritto ad essere rappresentati da un governo democratico, Pier? Cos'è l'indignazione, Franci? Io condivido tutte queste vostre idee, ma emotivamente: e se le idee si limitano a suscitare emozioni, senza creare realtà definitorie non producono nulla, cadono nel vuoto.
Credo che noi, partiamo da un “noi” limitato, noi amichetti di Gorizia, noi dovremmo essere più responsabili verso noi stessi e verso le parole che utilizziamo: definiamoci in modo forte in base ai nostri valori e diamo quindi un significato univoco e forte, ma non per questo statico, alle nostre parole che saranno allora veramente creatrici di significati e realtà.
Se ciò non accadrà temo che ci troveremo come gli antichi greci a ripeterci sbalorditi:
“Perché è già notte e i barbari non vengono
è arrivato qualcuno dai confini
a dire che di barbari non ce ne sono più
Come faremo adesso senza i barbari?
Dopotutto, quella gente era una soluzione”
C. Kavafis
Lucia
PS. Lollo, a capo di che ministero mi metti?
mercoledì 9 febbraio 2011
stimoli..

stimoli stimolistimoli stimolistimoli bisognodistimoli bisognobisogno bisogno
Affronto discorsi sul futuro. Mi sento vuota.
Corro nel blog, nel nostro blog, sapendo per certo che i generali di vent'anni mi avrebbero aiutata
Io sono ancora qui, sto correndo dietro ad un dettato di francese che invece ceh avvicinarsi sembra flutturaare sempre lì ad una certa distanza, che mi permette di sfiorarlo con i polpastrelli ma non di afferrarlo
Un po' come succede con i sogni, con tutti i miei sogni dai più banali (voglio fare la cantante) ai più "seri"(specialistica, double degree, exchange...), che a volte li sento, sono veri, sono lì... ma d'altronde chi non si è mia svegliato sudato, di soprassalto, con un sorriso, con una lacrima dopo un sogno che "ti giuro, era come se fosse vero!!!"
Cercavo qualcosa che mi aiutasse ad afferrare qualche sogno, cercavo uno stimolo, cercavo un soffio di vento che alimentasse i carboni ardenti, perchè basta quello poi il fuoco sa alimentarsi.
In questo momento tanti fuochi si sono accessi, la Tunisia, l'Egitto (piccolo inciso:Can you find Egypt?!?Merci Quentin pour la photo,and the feedback!!), tante braci che attendevano lì da anni, da generazioni..che ne pensiamo, noi, di questi fuochi?
Ne pensiamo che stiamo a parlare di Ruby talmente tanto che io ho paura che ci darà la nausea, e anche questa storia passerà via, come se "nulla" fosse, stiamo che un parlamentare dell'IDV è ora diventato il primo lacché del nostro Prime Minister, così Prime e così Minister che se non fosse per tutti i soldi che lo Stato Italiano (al quale ora mister B. vorrebbe fare causa) gli sgancia, forse neppure Gheddafi vorrebbe più vederlo.
Sono tornata a Roma dove il mio cuore è tornato a ricordare l'esperienze di quest'estate con i rifugiati politici...anche per loro nulla è cambiato, anche loro cercano stimoli. A molti sono state rifiutate le richieste, dovranno andarsene, ad alcuni invece il permesso sulla carta è stato concesso ma la situazione di tutti i giorni è la stessa di prima. Camerate da otto persone, un pasto al giorno...e sono fortunati...quattro bambini bruciati...e siamo in Italia, nella capitale.
In quest'Italia unità che vuole esserlo ma non ne è capace.
In quest'Italia, schiava di Roma, che dovrebbe avere 150 anni, ma secondo me ne ha solo 63...fondamentalmente è più giovane dei suoi politici...
Che Iddio la creò! ma dov'è Iddio ora? No sai, signor G. (Gesù o Gaber, a seconda delle preferenze) io credo che sarebbe l'ora di tornare e dirgliele due paroline perchè, sai, così altri 2000 anni non ce li facciamo!!!
Smettiamola di lamentarci, fratelli d'Italia!
Pure Assange ha promesso grandi rivelazioni su di noi..perchè noi non sappiamo dirci le cose, serve che ci sia qualcun'altro a spiegarci come siamo...
Sai cosa pensavo che sarebbe divertente, per dimostrare che nulla cambia? Pensavo a come potrebbe ricadere il sistema politico, giusto com'è successo 20 anni fa, quando noi generali stavamo solo dando un occhio al campo di battaglia.
Allora era successo per un assegno di mantenimento post divorzio non sganciato , ora potrebbe succedere per un divorziato che l'assegno l'ha sganciato, sì, ma ad una puttana...ah, segni dei tempi che cambiano...
Ah, a proposito di vent'anni: signora Lega! ora che è pure Lei a Roma, e ha visto la situazione, mi pare di capire che abbia compreso perchè a quella poltrona tutti si affezionino così tanto...non la molla più!
Lega, immigrati, Europa dell'Est...Bucarest!!!
Sono passata al blog di Lollo, e ho subito trovato un post recente: che sorpresa e che delizia poter leggere le tue parole, Lollo!! Come colpiscono nel profondo, come ti fanno sentire fortunata quando il tuo unico problema è un dettato di francese e un programma di mobilità studentesca.....forse è per questo che ci siamo zittiti, generali? troppo in attesa di vedere che fine faranno le nstre carte, le nostre application?
E la vita intanto?
La vita che mi ha mostrato Lollo è ben diversa dalla mia, da quella che vedo e conosco da sempre..
Qualche giorno fa ho fatto il mio solito "volontariato " per Intercultura, e mi sono interrogata se quello fosse davvero volontariato.. se non lo è solo aiutare chi sta male, chi è in una situazione d'emergenza, invece che ridere e escherzare in quello che in quel momento non mi sembrava altro che un club di privilegiati...
la risposta definitiva non la so. Ho pensato però che se alla fine il risultato è fare del bene nel cuore delle persone, far nascere un sorriso dopo una lacrima,allora sì, anche quello è aiutare, anceh quello serve... da qualche parte si deve pur cominciare, no?
Io comincio da qui....di stimoli penso di averne lanciati molti..qualcuno che voglia affrontarli assieme a me?
Silvia
giovedì 2 dicembre 2010
Good Luck My Baby
E' sempre stato difficile avere vent'anni e non sarà mai facile essere Italiani!!
Eppure così com'è, ingiusta e anche crudele, l'Italia io la trovo insostituibile.
Mi piace l'italia perchè mi ha fatto....
Le frasi di Biagi sull'Italia :http://www.youtube.com/watch?v=kOuL7b0PoV8
e in sottofondo ...http://www.youtube.com/watch?v=Hx34TzNIeT0
Paolo Conte che ci fa una linguaccia, ci lascia cantare e aumenta il ritmo e ti fa correre piccolo italiano! E corri anche tu, piccola italiana!!!
Via via, vieni via di qui
niente piu' ti lega a questi luoghi
...
via via neanche questo tempo grigio
...
it's wonderful, Good luck my baby
IT'S WONDERFUL!
Silvia
Eppure così com'è, ingiusta e anche crudele, l'Italia io la trovo insostituibile.
Mi piace l'italia perchè mi ha fatto....
Le frasi di Biagi sull'Italia :http://www.youtube.com/watch?v=kOuL7b0PoV8
e in sottofondo ...http://www.youtube.com/watch?v=Hx34TzNIeT0
Paolo Conte che ci fa una linguaccia, ci lascia cantare e aumenta il ritmo e ti fa correre piccolo italiano! E corri anche tu, piccola italiana!!!
Via via, vieni via di qui
niente piu' ti lega a questi luoghi
...
via via neanche questo tempo grigio
...
it's wonderful, Good luck my baby
IT'S WONDERFUL!
Silvia
lunedì 22 novembre 2010
Tema: l'Italia
Oggi sono così esasperata che prendo di petto l'innominabile, e lo so che tutti gli esuli ci pensano di tanto in tanto anche se non lo dicono.
La chimera. L'Italia.
Piccola premessa per spiegarvi lo stato d'animo con cui due mesi fa mi accingevo a lasciare la patria.
Pensavo: oh là. Finalmente.
Basta coi quotidiani farneticamenti politici, basta discussioni accompagnate da “rossa routine” con parenti e amici sul paese che va a picco, basta metafore del tipo che vivere in Italia è come stare sul Titanic mentre i violinisti suonano e non ti accorgi che vai a fondo, basta messaggi domenicali a Lollo del tipo “leggiti l'editoriale di Diamanti”... Per Dio, basta con questa smania tipica italiana di scannarsi su tutto che poi non cambia niente, basta!
Ecco, basta anche ascoltare Gaber, che tanto alla fine di “Qualcuno era comunista” si piange sempre.
Basta fatalismo, basta manicheismo, basta attivismo, basta con tutti gli -ismi del meraviglioso e dannato stivale: prendiamo fiato, finalmente.
Usciamo dal microcosmo e vediamo un po' se riusciamo a diventare “europei”: ah, grandioso, Vienna capitale della Mitteleuropa! Oh capitale, investimi con tonnellate di Impero Austroungarico, Opera, Mozart, decorazioni natalizie stucchevoli, razionalità nordica, socialdemocrazia, trasparenza, Schiele, Kokotschka, vin brulè, wurstel e chi più ne ha più ne metta. Ti accolgo a braccia aperte. Non ne voglio più sapere di te, patria approssimativa che più ti amo e più ti fai odiare. Inizio la vita da Erasmus, sarò uno zero tra gli zeri, tu non c'entri niente, ti metto in stand-by per un po', guarda, smetto pure di parlare italiano. Stop.
Ecco, solo una piccola concessione ti faccio: mi porto via il tricolore, sai, in fondo non voglio dimenticarti del tutto, spero solo che non mi prendano per fascista quando me lo vedono in camera. E magari non cambio la homepage e tengo quella del Corriere. Ma basta, tutto qua. Lasciami vivere, per pietà.
Bene.
Oggi posso dirvi che mi sento molto più in Italia di due mesi fa. Perché la peso con nuovi parametri e la osservo da fuori, tutto il tempo.
Con cadenza settimanale qualcuno mi domanda ghignante: “did you vote for Berlusconi bunga-bunga?” e quel che mi assale è una specie di impotenza rabbiosa incontrollabile e lo so che non porta a niente, perché mi paralizza e mi impedisce di rispondere razionalmente. Tento allora di spiegare, e le prime conclusioni che mi vengono in mente sono sempre impersonali, “così stanno le cose”, “ce ne vuole prima che cambi”, quasi con gli occhi al cielo, e mi accorgo di essere risucchiata io stessa nel fatalismo italiano in stile Sciascia, che poi è lo stile di quasi tutti noi, e che si rispecchia nel sorrisetto di chi ho di fronte.
Allora mi impegno, spiego con calma e ci metto i nomi, i legami causa-effetto. Ma dall'altra parte c'è sempre un'incomprensione che sconfina nello scherno.
Non li biasimo. Ma ieri ne ho avuto un esempio lampante ed è stato davvero difficile. Sono andata ad una conferenza dal titolo “Democracy and the Media” a cui erano presenti fior fior di sociologi americani oltre ai direttori di New York Times, Die Welt, e... La Repubblica.
Il dibattito inizia con un aplomb pazzesco, volano parolone tipo “technology revolution”, “public accountability”, “structural and behavioural regulation”, proprio un salottino accademico e gustoso. Ma c'è un outsider. È lui: Ezio Mauro.
Con un inglese un po' stentato, ma con quell'enfasi italica che stride col dibattere americano tipo Letterman's show, l'Ezio nazionale espone il suo punto di vista a partire dalla nostra anomalia. Parla di intolleranza del potere verso l'informazione, col primo che possiede la seconda, populismo moderno, politici che diventano idoli, opinione pubblica che è audience, la solita storia.
Quel che mi sconcerta non è tanto il suo italianissimo accento, ma la risposta della platea e degli altri invitati alla conferenza.
L'assemblea dei professoroni considera il caso italiano una “patologia da manuale” o una “lezione al contrario”.
Mentre il pubblico ride.
Ride degli scandali sessuali, di questo Primo Ministro che dice ai cittadini di informarsi solo guardando la tv, della posta italiana che è così lenta che tutti quanti si comprano il giornale in edicola, del conflitto d'interessi mai risolto.
Ezio Mauro cerca di proseguire nonostante l'ilarità generale e non ride, ma suda. Io anche. La conferenza si sta svolgendo in uno dei più antichi teatri di Vienna, il bellissimo Burgstheater, il che rende la situazione ancora più grottesca. Una commedia, una buffonata.
E mi dispiace di cuore dirvelo, ma su quel palco non c'era solo Ezio Mauro o il solito S.B., ma c'eravamo tutti noi. Derisi, considerati un'anomalia su cui non serve neanche spendere due parole, accademiche o politiche: basta farci una risata sopra. Chissenefrega dell'Italia, pensavano, ci andremo quando vogliamo un po' di arte e di pizza, magari.
Scusate il catastrofismo, lo so, vi pongo una questione che è forse la più difficile di tutte. Ma voglio le vostre idee, perché qui non è possibile sfogare questi sentimenti con nessuno, di fronte a me c'è solo un muro nordico, efficiente e trasparente, cavolo, vorrei una cena di politica, lacrime e risate.
Scriviamo un tema collettivo.
Dulcis in fundo, tornando indietro dalla conferenza ho acceso l'Ipod, e dopo due mesi Gaber è sbarcato a Vienna. Insieme a tutti quelli che “pensavano di poter essere vivi e felici solo se lo erano anche gli altri”.
Che fare quando torneremo?
Dopo due mesi sto capendo che la vita è grande... Ma il tricolore che ho in camera è ciò da cui tutto comincia e a cui tutto finisce.
A presto.
Veronica
La chimera. L'Italia.
Piccola premessa per spiegarvi lo stato d'animo con cui due mesi fa mi accingevo a lasciare la patria.
Pensavo: oh là. Finalmente.
Basta coi quotidiani farneticamenti politici, basta discussioni accompagnate da “rossa routine” con parenti e amici sul paese che va a picco, basta metafore del tipo che vivere in Italia è come stare sul Titanic mentre i violinisti suonano e non ti accorgi che vai a fondo, basta messaggi domenicali a Lollo del tipo “leggiti l'editoriale di Diamanti”... Per Dio, basta con questa smania tipica italiana di scannarsi su tutto che poi non cambia niente, basta!
Ecco, basta anche ascoltare Gaber, che tanto alla fine di “Qualcuno era comunista” si piange sempre.
Basta fatalismo, basta manicheismo, basta attivismo, basta con tutti gli -ismi del meraviglioso e dannato stivale: prendiamo fiato, finalmente.
Usciamo dal microcosmo e vediamo un po' se riusciamo a diventare “europei”: ah, grandioso, Vienna capitale della Mitteleuropa! Oh capitale, investimi con tonnellate di Impero Austroungarico, Opera, Mozart, decorazioni natalizie stucchevoli, razionalità nordica, socialdemocrazia, trasparenza, Schiele, Kokotschka, vin brulè, wurstel e chi più ne ha più ne metta. Ti accolgo a braccia aperte. Non ne voglio più sapere di te, patria approssimativa che più ti amo e più ti fai odiare. Inizio la vita da Erasmus, sarò uno zero tra gli zeri, tu non c'entri niente, ti metto in stand-by per un po', guarda, smetto pure di parlare italiano. Stop.
Ecco, solo una piccola concessione ti faccio: mi porto via il tricolore, sai, in fondo non voglio dimenticarti del tutto, spero solo che non mi prendano per fascista quando me lo vedono in camera. E magari non cambio la homepage e tengo quella del Corriere. Ma basta, tutto qua. Lasciami vivere, per pietà.
Bene.
Oggi posso dirvi che mi sento molto più in Italia di due mesi fa. Perché la peso con nuovi parametri e la osservo da fuori, tutto il tempo.
Con cadenza settimanale qualcuno mi domanda ghignante: “did you vote for Berlusconi bunga-bunga?” e quel che mi assale è una specie di impotenza rabbiosa incontrollabile e lo so che non porta a niente, perché mi paralizza e mi impedisce di rispondere razionalmente. Tento allora di spiegare, e le prime conclusioni che mi vengono in mente sono sempre impersonali, “così stanno le cose”, “ce ne vuole prima che cambi”, quasi con gli occhi al cielo, e mi accorgo di essere risucchiata io stessa nel fatalismo italiano in stile Sciascia, che poi è lo stile di quasi tutti noi, e che si rispecchia nel sorrisetto di chi ho di fronte.
Allora mi impegno, spiego con calma e ci metto i nomi, i legami causa-effetto. Ma dall'altra parte c'è sempre un'incomprensione che sconfina nello scherno.
Non li biasimo. Ma ieri ne ho avuto un esempio lampante ed è stato davvero difficile. Sono andata ad una conferenza dal titolo “Democracy and the Media” a cui erano presenti fior fior di sociologi americani oltre ai direttori di New York Times, Die Welt, e... La Repubblica.
Il dibattito inizia con un aplomb pazzesco, volano parolone tipo “technology revolution”, “public accountability”, “structural and behavioural regulation”, proprio un salottino accademico e gustoso. Ma c'è un outsider. È lui: Ezio Mauro.
Con un inglese un po' stentato, ma con quell'enfasi italica che stride col dibattere americano tipo Letterman's show, l'Ezio nazionale espone il suo punto di vista a partire dalla nostra anomalia. Parla di intolleranza del potere verso l'informazione, col primo che possiede la seconda, populismo moderno, politici che diventano idoli, opinione pubblica che è audience, la solita storia.
Quel che mi sconcerta non è tanto il suo italianissimo accento, ma la risposta della platea e degli altri invitati alla conferenza.
L'assemblea dei professoroni considera il caso italiano una “patologia da manuale” o una “lezione al contrario”.
Mentre il pubblico ride.
Ride degli scandali sessuali, di questo Primo Ministro che dice ai cittadini di informarsi solo guardando la tv, della posta italiana che è così lenta che tutti quanti si comprano il giornale in edicola, del conflitto d'interessi mai risolto.
Ezio Mauro cerca di proseguire nonostante l'ilarità generale e non ride, ma suda. Io anche. La conferenza si sta svolgendo in uno dei più antichi teatri di Vienna, il bellissimo Burgstheater, il che rende la situazione ancora più grottesca. Una commedia, una buffonata.
E mi dispiace di cuore dirvelo, ma su quel palco non c'era solo Ezio Mauro o il solito S.B., ma c'eravamo tutti noi. Derisi, considerati un'anomalia su cui non serve neanche spendere due parole, accademiche o politiche: basta farci una risata sopra. Chissenefrega dell'Italia, pensavano, ci andremo quando vogliamo un po' di arte e di pizza, magari.
Scusate il catastrofismo, lo so, vi pongo una questione che è forse la più difficile di tutte. Ma voglio le vostre idee, perché qui non è possibile sfogare questi sentimenti con nessuno, di fronte a me c'è solo un muro nordico, efficiente e trasparente, cavolo, vorrei una cena di politica, lacrime e risate.
Scriviamo un tema collettivo.
Dulcis in fundo, tornando indietro dalla conferenza ho acceso l'Ipod, e dopo due mesi Gaber è sbarcato a Vienna. Insieme a tutti quelli che “pensavano di poter essere vivi e felici solo se lo erano anche gli altri”.
Che fare quando torneremo?
Dopo due mesi sto capendo che la vita è grande... Ma il tricolore che ho in camera è ciò da cui tutto comincia e a cui tutto finisce.
A presto.
Veronica
mercoledì 10 novembre 2010
Bucarest vi presenta due generali
Bucarest mi provoca ogni giorno.
Provoca i miei pensieri, che difficilmente la sera riesco a riordinare. Ma oggi vi voglio scrivere di due generali che ho conosciuto tre settimane fa ad un incontro di una Ong italo-romena, dove faccio volontariato.
Oggi sono stato in periferia, nella penultima fermata della metro linea 1. L'appartamento di Alex ed Eugene è al piano terra di uno dei tanti ed orrendi blocchi che coprono le strade dal sole. Palazzi la cui funzione era quella di obbligare le persone a vivere in un'uguaglianza serva del potere.
Alex ed Eugene vivono al piano terra. Sono stato invitato per il pranzo, perchè Eugene è un bravissimo cuoco, dicono. Infatti la ciorba di trippa di maiale, la mamaliga (polenta con panna acida) e il pesce impanato non metteranno in dubbio l'abilità dello chef. Ha fatto un pranzo squisito, ed io sono dimagrito; la mia pancia infatti è rimasta lì perchè troppo pesante.
Con Alex ed Eugene c'era anche un altro ragazzo, un bambino che non ha avuto la possibilità di crescere, per colpa della malattia. Ha 23 anni e mi arriva al fianco, perchè è alto 1.55, per colpa della malattia. Ha sei dita in una mano, per colpa della malattia. E' fragile per colpa dell'AIDS.
Eugene ed Alex hanno 21 anni e sono ragazzi sieropositivi, abbandonati 21 anni fa in qualche ospedale di Bucarest. Accuditi negli ex terribili orfanotrofi del regime, e successivamente in istituti specializzati, questi bambini senza famiglia hanno subito una delle più grandi atrocità del regime comunista di Nicolae Ceausescu: sono stati vittima di sperimentazione negli ultimi anni del regime. Sperimentazioni che usavano gli orfanelli come cavie per trovare chi fra di loro possedesse gli anticorpi contro il virus HIV. Eh sì, gli orfani...ma io mi chiedo se ci sia un qualcuno che sia più ultimo di un orfano. La società non accetta mai tutti, ma dove può stare un bambino che non è accettato neppure dalla propria madre? Chi si prende la responsabilità di ricordarsi di un rifiutato dalla propria madre? Chi si è preso la responsailità? Il governo ha deciso per gli orfanotrofi. Ho sentito dei racconti orribili sugli orfanotrofi ma non sono in grado di portare argomenti sicuri, non posso parlare di questo.
La situazione degli orfanelli in Romania ha pesato sull'ingresso dello stato nell'UE. Si nega che le sperimentazioni siano continuate dopo la morte del dittatore, ma Alex ed Eugene sono solo due dei tantissimi bambini col sangue infetto. Pensate che negli anni '80 il 60% dei malati di AIDS d'Europa proveniva dalla Romania.
Una brutalità che ora pesa sulla pelle di Alex ed Eugene, due generali di 21 anni che vivono insieme in un appartamento sociale, con una pensione di 200 euro al mese. La casa è piccolina ed accogliente. La cucina è il regno di Eugene, super cuoco, estremamente attento, calmo in cucina, riservato e pacifico fuori. La sua camera è anche il salotto dove 4 ore ci hanno accompagnato nel nostro tour gastronomico di quest'oggi. La camera di Alex è bella, non proprio piccola. Ma Alex ha bisogno di spazio in quanto la sua vivacità, e la sua parlantina sono le armi più terribili di questo mitico ufficiale.
Lavorano entrambi come cassieri e si spaccano 8 ore al giorno per cinque giorni, portando a casa 200 euro al mese. Vorrebbero parlare l'inglese e l'italiano. Vorrebbero che gli accompagnassi spesso al teatro nazionale, vorrebbero, credo, conoscere tutto ciò che sarà loro necessario per cominciare una vita autonoma, nell'appartamento sociale, fuori dall'istituto. Hanno poi in mente svariati progetti per arredare la casa. Devono badare ad una cagnolina di nome Noce.
Vorrebbero avere una ragazza ma pensano che ci sia il diavolo nelle romene.
Ora hanno 21 anni e devono iniziare una vita. Il progetto di Fdp, ong italo-romena, è quello di affiancare ragazzi volontari a questi piccoli generali, proprio per costruire delle amicizie. Si esce, si va al cinema, al ristorante, nel centro commerciale. Mi hanno invitato a pranzo. Il progetto è perciò volto a costruire un'amicizia-supporto, niente di più semplice.
Perchè credo che anche un generale abbia bisogno di un bastone.
Ora devono partire per questa strada di Bucarest che si chiama vita. Ma non sapete che geni che sono! Sono così carichi, ottimisti, la loro voglia di vivere non ha confini! Quanto hanno riso oggi. E il bello è che qui a Bucarest Alex ed Eugene non sono gli unici ad avere un naso rosso e a sorridere. Vorrei raccontarvi di tutti gli altri.
A Bucarest ho conosciuto molte strade, con indirizzi di diversi nomi. Vi racconterò, farò un nuovo blog per questo.
Ma le strade dei ragazzi di Bucarest sono sotto il sorriso del sole. E' vero...hanno in comune l'ombra del male, ma è un ombra che pesa sul loro passato. Gli indirizzi dei bucuresi sono svariati. La strada dei ragazzi di questa città è una sola e si chiama Vita che deve cominciare. Deve cominciare ora, perchè a 20 anni si comincia sul serio, perchè a 20 ci si sfrega veramente le mani.
Sono generali, perchè vivono autonomamente mettendo in comune le forze di quattro braccia magre, ma agili e veloci. Sono generali perchè il loro distintivo non è una stella a punte, ma un sorriso permanente.
Sono generali perchè hanno lottato a mani nude, senza, credo, l'arma più efficace che un bambino che diventa uomo può avere: una mamma ed un papà.
Sono generali perchè hanno l'arma più importante, senza la quale un uomo non potrebbe fare altro che piangere: la fiducia in una delle scommesse più difficili della vita. La vita stessa.
In bocca al lupo Alex
In bocca al lupo Eugene
Lollo
Provoca i miei pensieri, che difficilmente la sera riesco a riordinare. Ma oggi vi voglio scrivere di due generali che ho conosciuto tre settimane fa ad un incontro di una Ong italo-romena, dove faccio volontariato.
Oggi sono stato in periferia, nella penultima fermata della metro linea 1. L'appartamento di Alex ed Eugene è al piano terra di uno dei tanti ed orrendi blocchi che coprono le strade dal sole. Palazzi la cui funzione era quella di obbligare le persone a vivere in un'uguaglianza serva del potere.
Alex ed Eugene vivono al piano terra. Sono stato invitato per il pranzo, perchè Eugene è un bravissimo cuoco, dicono. Infatti la ciorba di trippa di maiale, la mamaliga (polenta con panna acida) e il pesce impanato non metteranno in dubbio l'abilità dello chef. Ha fatto un pranzo squisito, ed io sono dimagrito; la mia pancia infatti è rimasta lì perchè troppo pesante.
Con Alex ed Eugene c'era anche un altro ragazzo, un bambino che non ha avuto la possibilità di crescere, per colpa della malattia. Ha 23 anni e mi arriva al fianco, perchè è alto 1.55, per colpa della malattia. Ha sei dita in una mano, per colpa della malattia. E' fragile per colpa dell'AIDS.
Eugene ed Alex hanno 21 anni e sono ragazzi sieropositivi, abbandonati 21 anni fa in qualche ospedale di Bucarest. Accuditi negli ex terribili orfanotrofi del regime, e successivamente in istituti specializzati, questi bambini senza famiglia hanno subito una delle più grandi atrocità del regime comunista di Nicolae Ceausescu: sono stati vittima di sperimentazione negli ultimi anni del regime. Sperimentazioni che usavano gli orfanelli come cavie per trovare chi fra di loro possedesse gli anticorpi contro il virus HIV. Eh sì, gli orfani...ma io mi chiedo se ci sia un qualcuno che sia più ultimo di un orfano. La società non accetta mai tutti, ma dove può stare un bambino che non è accettato neppure dalla propria madre? Chi si prende la responsabilità di ricordarsi di un rifiutato dalla propria madre? Chi si è preso la responsailità? Il governo ha deciso per gli orfanotrofi. Ho sentito dei racconti orribili sugli orfanotrofi ma non sono in grado di portare argomenti sicuri, non posso parlare di questo.
La situazione degli orfanelli in Romania ha pesato sull'ingresso dello stato nell'UE. Si nega che le sperimentazioni siano continuate dopo la morte del dittatore, ma Alex ed Eugene sono solo due dei tantissimi bambini col sangue infetto. Pensate che negli anni '80 il 60% dei malati di AIDS d'Europa proveniva dalla Romania.
Una brutalità che ora pesa sulla pelle di Alex ed Eugene, due generali di 21 anni che vivono insieme in un appartamento sociale, con una pensione di 200 euro al mese. La casa è piccolina ed accogliente. La cucina è il regno di Eugene, super cuoco, estremamente attento, calmo in cucina, riservato e pacifico fuori. La sua camera è anche il salotto dove 4 ore ci hanno accompagnato nel nostro tour gastronomico di quest'oggi. La camera di Alex è bella, non proprio piccola. Ma Alex ha bisogno di spazio in quanto la sua vivacità, e la sua parlantina sono le armi più terribili di questo mitico ufficiale.
Lavorano entrambi come cassieri e si spaccano 8 ore al giorno per cinque giorni, portando a casa 200 euro al mese. Vorrebbero parlare l'inglese e l'italiano. Vorrebbero che gli accompagnassi spesso al teatro nazionale, vorrebbero, credo, conoscere tutto ciò che sarà loro necessario per cominciare una vita autonoma, nell'appartamento sociale, fuori dall'istituto. Hanno poi in mente svariati progetti per arredare la casa. Devono badare ad una cagnolina di nome Noce.
Vorrebbero avere una ragazza ma pensano che ci sia il diavolo nelle romene.
Ora hanno 21 anni e devono iniziare una vita. Il progetto di Fdp, ong italo-romena, è quello di affiancare ragazzi volontari a questi piccoli generali, proprio per costruire delle amicizie. Si esce, si va al cinema, al ristorante, nel centro commerciale. Mi hanno invitato a pranzo. Il progetto è perciò volto a costruire un'amicizia-supporto, niente di più semplice.
Perchè credo che anche un generale abbia bisogno di un bastone.
Ora devono partire per questa strada di Bucarest che si chiama vita. Ma non sapete che geni che sono! Sono così carichi, ottimisti, la loro voglia di vivere non ha confini! Quanto hanno riso oggi. E il bello è che qui a Bucarest Alex ed Eugene non sono gli unici ad avere un naso rosso e a sorridere. Vorrei raccontarvi di tutti gli altri.
A Bucarest ho conosciuto molte strade, con indirizzi di diversi nomi. Vi racconterò, farò un nuovo blog per questo.
Ma le strade dei ragazzi di Bucarest sono sotto il sorriso del sole. E' vero...hanno in comune l'ombra del male, ma è un ombra che pesa sul loro passato. Gli indirizzi dei bucuresi sono svariati. La strada dei ragazzi di questa città è una sola e si chiama Vita che deve cominciare. Deve cominciare ora, perchè a 20 anni si comincia sul serio, perchè a 20 ci si sfrega veramente le mani.
Sono generali, perchè vivono autonomamente mettendo in comune le forze di quattro braccia magre, ma agili e veloci. Sono generali perchè il loro distintivo non è una stella a punte, ma un sorriso permanente.
Sono generali perchè hanno lottato a mani nude, senza, credo, l'arma più efficace che un bambino che diventa uomo può avere: una mamma ed un papà.
Sono generali perchè hanno l'arma più importante, senza la quale un uomo non potrebbe fare altro che piangere: la fiducia in una delle scommesse più difficili della vita. La vita stessa.
In bocca al lupo Alex
In bocca al lupo Eugene
Lollo
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