venerdì 28 maggio 2010

Ognuno il suo ruolo

Dans ces extrémités de la solitude, enfin, personne ne pouvait espérer l'aide du voisin et chacun restait seul avec sa préoccupation. Si l'un d'entre nous, par hasard, essayait de se confier ou de dire quelque chose de son sentiment, la réponse qu'il recevait, quelle qu'elle fût, le blessait la plupart du temps. Il s'apercevait alors que son interlocuteur et lui ne parlaient pas de la même chose. Lui, en effet, s'exprimait du fond de longues journées de rumination et de souffrances et l'image qu'il voulait communiquer avait cuit longtemps au feu de l'attente et de la passion. L'autre, au contraire, imaginait une émotion conventionnelle, la douleur qu'on vend sur les marchés, une mélancolie de série. Bienveillante ou hostile, la réponse tombait toujours à faux, il fallait y renoncer. Ou du moins, pour ceux à qui le silence était insupportable, et puisque les autres ne pouvaient trouver le vrai langage du coeur, ils se résignaient à adopter la langue des marchés et à parler, eux aussi, sur le mode conventionnel, celui de la simple relation et du fait divers, de la chronique quotidienne en quelque sorte. Là encore, les douleurs les plus vraies prirent l'habitude de se traduire dans les formules banales de la conversation. C'est à ce prix seulement que les prisonniers de la peste pouvaient obtenir la compassion de leur concierge ou l'intérêt de leurs auditeurs.

Chiaramente non io, ma Albert Camus, La Peste

Tipologie di Comunicazione in queste extrémités de la solitude .. Gorizia...
ma come ci ricordava giustamente Lollo, Gorizia è tutto tranne solitudine.
Gorizia è stare in mezzo, nell'onda, proprio in quel punto dove l'acqua si avvolge e crea un mulinello, dove non ci si vede perchè c'è la schiuma, dove si perde il senso dell'orientamento, ma tanto non sei troppo distante dalla spiaggia... a metà tra l'andare a fondo e la spinta vitale per tornare a galla.

parole parole parole..gocce nel mare

ma d'altra parte nessuno ci costringe a tuffarci
però quando guardiamo da fuori capiamo che lì, proprio lì in mezzo, c'è un posticino che sta aspettando giusto noi... io qui, tu lì, standoci comodi...
questione di ruoli..è solo questione di trovare quello che è giusto per noi..
il giusto modo per esprimerci, per farci capire...

Silvia

lunedì 17 maggio 2010

Benedetta sia Gorizia maledetta

Queste considerazioni che tra un pò leggerete mi sono venute di botto ( = senza molto raziocinio) mentre percorrevo dalla stazione a casa mia l'unica via di Gorizia: corso Italia. Sono, come detto, considerazioni vaghe e poco pensate; quindi hanno bisogno di essere potenziate dai vostri commenti, forse più ragionati, forse più realistici. Basta cianciare. Parto.
Gorizia è profondamente democratica. Democraticissima.
Vivere a Gorizia è un'esperienza di democrazia continua, e, per quanto ne dicano, l'ambiente goriziano è ottimo per chi vuole fare politica.
Perchè questo.
Gorizia, lo si sa, è una città quasi morta. Sono uno studente universitario, la cui mente ha bisogno, per definizione stessa di studente universitario, di continui stimoli intellettuali. Fermiamoci per semplicità solo a quelli intellettuali. Di stimoli ne abbiamo nella nostra facoltà (chi più, chi meno). Ma fuori? Fuori, beh... Molto spesso fuori non ci sono: dobbiamo crearceli da soli. Ed ecco a voi la prima caratteristica positiva di questa città: gli stimoli sono nostri, creati da noi, quindi decisamente non banali, quindi molto sentiti; ecco quindi che siamo disposti fino in fondo a condividerli anche agli altri.
Che cosa offre Gorizia a coloro che sono desiderosi di condividere stimoli di questo tipo? Nulla. Nulla se non il bar. Il bar è un posto in cui sei obbligato, mediante dazio, a pagare per stare seduto su sedie già piazzate, e parlare a coloro che sono di fronte di...qualcosa. Non si fa altro al bar. Si parla di qualcosa. E siccome noi non siamo ragazzini delle medie, per ricollegarmi al discorso iniziale, al bar noi universitari siamo obbligati, perchè appunto paghiamo i 2£ per uno spritz, a sviluppare i nostri grandi piccoli stimoli intellettuali. Anzi per essere meno elitari generalizzo: siamo obbligati a parlare-ridere-scherzare. Ma tra eguali, ad un livello paritario.
Cosa succede nelle grandi-medie città? Quello che succede spesso il sabato sera a Gorizia davanti all'Enigma: moltitudine di persone = spaesamento. In queste occasioni, quando trovi gente di tutti i tipi, spesso spicca tra la massa o chi è fisicamente più alto degli altri o chi grida di più. In questo gioco vince chi è più forte. Il timido è segato fin dall'inizio. E' una selezione naturale. Vive chi lotta. Vive chi urla. Vince la vivacità stupida.
Cosa si può fare inoltre a Gorizia? Si resta a casa.
La sfiga sembra il nostro destino. Ma, se ci pensate, a casa (no forse solo in alcune case) si consuma la cena in compagnia (abile modo per non tagliarsi le vene). Tra i coinquilini l'addetto cuoco mette in tavola e con un "gong" sul coperchio della pentola segna l'inizio di qualcosa di magico che sta per succedere. Quel "gong" non è il suono dell'imperatore, ma il momento in cui tutti, allo stesso modo, allo stesso tempo, si mettono attorno allo stesso tavolo.
Incomincia la cena. Ebbene, in due anni di convivenza goriziana, io non ho mai visto i miei coinquilini essere gli stessi per due sere di fila. Quanti di noi sono cambiati in questi due anni, quanti hanno cambiato e adattato le loro idee, quanti più disposti ad ascoltare, quante idee nuove! Quel tavolo è il motivo per cui molti nel mondo lottano e muoiono. OOOOOOOOh che parolone! Non so, in effetti mi sto facendo prendere dalla poesia. Quel tavolo, però, mi ha fatto crescere molto. Con me, i miei coinquilini. Con noi le nostre doti di retorica. In democrazia molto spesso si vince perchè si è diversi, nell'uguglianza. Vince chi è più convincente, o chi è più bravo a parlare, o chi ha idee migliori. Ma tutti con gli stessi mezzi.
A tavola si impara molto più di retorica che nei corsi organizzati dai partiti. A cena si espone la propria tesi. La si mette al vaglio degli altri. La si argomenta in modo efficace. Si rispettano i ruoli di tutti. Non si fa un discorso ma si discute. Atteggiamenti violenti? Ci si indigna, e li si rifiutano. Si sta zitti? Si parla anche a chi sta zitto. O meglio: non si deve stare zitti. Tutti questi insegnamenti puri di democrazia.
Le domande filosofiche? No, non si possono fare davanti ad un pubblico di bevoni.
Il bere: ecco, a Gorizia si beve perchè bere è normale, non perchè vuol dire essere diversi.
Tutto questo mi è venuto in mente in un minuto. E un minuto, lo so, è poco, troppo poco per dire delle verità. In fondo, anche se tutto questo è vero, un buon politico dovrebbe essere attivo e non fermarsi a ciò che ha, ma arrivare a ciò che non c'è e che ci dovrebbe essere. Gorizia non offre nulla di più. Gorizia produce goriziani: gente cara, ma tutt'altro che attiva. Non induce le persone a parlare in pubblico, non crea motore di aggregazioni, non forma al di fuori dei suoi confini. Sembra che voglia stare per sempre vicino a questo confine, con la faccia rivolta formalmente verso est. Gorizia. Invece bisognerebbe spesso tornare indietro, voltarsi, verso quell'Italia che sta più al di dentro, più alle sue spalle. I problemi stanno soprattutto lì.
Bene, forse tutto quello che ho scritto sopra è facilmente smontabile con queste ultime considerazioni. No, forse no. Forse è solamente quel poco di buono che dobbiamo recepire da questa città tanto morta e vecchia, ma che qualcosa di bello pur sempre può dare.
Saluti

Lollo

venerdì 7 maggio 2010

In risposta alla negazione del libero arbitrio

Enzo ha proposto una discussione appassionante ed essendo interessato all'argomento provo a proseguire il dibattito. Anche se l'idea che mi sono fatto è moderatamente distante dalla sua, il mio intervento non vuole essere la negazione delle sue affermazioni, ma vuole stimolare invece una riflessione sullo stesso argomento in un'ottica diversa.


Ciò che ha scritto Enzo è ragionevole, io stesso mi sono posto la questione in termini pressoché identici. E ho cercato di trovare una scappatoia, un rimedio alla situazione che si prospettava. Vi propongo quello che ho scoperto.


Perché ci poniamo il problema del libero arbitrio? Sicuramente perché la libertà, la possibilità di scelta sono tra i nostri valori più vivi e profondi, tutti noi amiamo l'idea di poter controllare la nostra vita, il nostro futuro, di non essere burattini vittime degli avvenimenti.


Parlare di libertà dell'uomo come autodeterminazione assoluta (la “causa sui”) non ha a mio avviso molto senso, è pacifico che in una qualche misura noi tutti siamo determinati, dal luogo di nascita, dal nostro codice genetico, dalle scelte passate...Il punto sta nel capire in che misura noi “soffriamo” questa determinazione, se completamente (come sostiene Enzo) o solo parzialmente, avendo quindi spazio per la nostra libertà. Alcuni filosofi hanno infatti parlato di libertà finita, limitata, sotto condizione, altri hanno escluso la libertà di volere a favore della libertà di fare, cioè delimitata dal rango delle possibilità oggettive che sono sempre più o meno ristrette di numero.


Per quanto riguarda il determinismo la questione è complessa: la fisica contemporanea sembra negarlo (secondo il Principio di indeterminazione di Heisenberg) anche se nella nostra quotidianità tutto sembra avvenire secondo legami di causa-effetto; d'altronde la prospettiva opposta (l'indeterminismo) non è un argomento a favore del libero arbitrio: come diceva Hume, se tutto è determinato noi non siamo liberi, ma se tutto è indeterminato non lo siamo comunque, visto che le nostre azioni sarebbero vittima del caso e scollegate dunque dal nostro carattere, dalle nostre emozioni e dai nostri valori. Hume conclude sostenendo che il senso della libertà sfugge alla comprensione della ragione umana.


La soluzione più diffusa a questa situazione apparentemente senza vie di uscita è di tipo metafisico, e consiste nel considerare l'uomo come dotato di una mente, di uno spirito, di un intelletto che non appartiene al mondo della realtà ma appartiene invece a quello dell'idealità. In questo senso lo spirito è qualcosa di separato dal corpo, dal cervello, che sono composti invece di elementi chimico-fisici reali. In base alle varie concezioni filosofiche la mente e la realtà sono più o meno strettamente in contatto: si tratta però sostanzialmente del dualismo cartesiano mente-realtà, idea che, ammettiamolo, non convince molto.

Molto più convincenti sarebbero le soluzioni estreme: quella materialista (la mente non esiste, la nostra coscienza è data solamente da movimenti e interazioni di atomi che compongono le cellule cerebrali) e quella idealista (la realtà non esiste o è riducibile all'idealità, esiste solo il mondo metafisico dello spirito).

Sorprendentemente, però, il dualismo mente-realtà è ritornato in voga in ambito scientifico nel '900: Bohr, Heisenberg, Bohm, Schrodinger, hanno tutti assunto posizioni che sembrano conciliare il mondo del reale con quello dell'ideale.

Naturalmente non è possibile dimostrare l'esistenza di un'entità metafisica come l'intelletto, almeno non con i metodi scientifici tradizionali. Postulando l'esistenza della mente, non è difficile affermare che essa è libera: la mente potrebbe essere influenzata dal mondo esterno (dal codice genetico del corpo, dall'ambiente in cui si vive, da un danno fisico al cervello) ma avere comunque spazi per agire e scegliere “liberamente”. Insomma la discussione sul libero arbitrio deve per forza sfociare verso la filosofia della mente, dal momento che in ottica materialistica è molto difficile attribuire la libertà all'uomo, così come dare un senso alle cose e un fine alle cause.


Insomma l'idea che mi sono fatto è che il libero arbitrio sia un concetto limite la cui esistenza non si può negare o affermare con avventatezza, anche per il fatto che la questione si intreccia a tematiche scientifiche in continua evoluzione e ben lungi dall'aver raggiunto traguardi inconfutabili (basti pensare al fatto che attualmente ci sono dodici diverse interpretazioni della meccanica quantistica di cui tre si basano sul determinismo, sei sull'indeterminismo e due si dichiarano agnostiche a riguardo).


Volevo concludere facendo alcune considerazioni.

La prima richiama la celebre scommessa di Pascal ed è la seguente: credere nel libero arbitrio è più conveniente che non credervi. Infatti se il libero arbitrio esistesse, credere nella sua esistenza sarebbe sicuramente meglio che non credervi, perché saremmo più positivi, attivi e ottimisti. Se il libero arbitrio non esistesse, crederci o no non dipenderebbe da noi, perché sarebbe già determinata (o casuale) la nostra credenza o non credenza.

Se qualcuno ha dubbi sul fatto che il credere nel libero arbitrio (se esso esiste) possa migliorare la propria attitudine può dare un'occhiata a questo articolo http://psp.sagepub.com/cgi/content/abstract/35/2/260, ma le ricerche in questo campo sono abbastanza diffuse e mostrano risultati simili. Inoltre è notevole che la civiltà oggi più “avanzata” (passatemi la superficialità dell'affermazione) sia quella occidentale, che fa della libertà uno dei suoi valori cardinali (valore a cui sembra tenere molto anche il Dio cristiano).

L'altra considerazione, complementare alla prima, è quella che il non credere nel libero arbitrio rende disillusi e scoraggiati nei confronti della realtà. Percependo la rigida concatenazione di cause ed effetti nulla riesce più a stupire, a sbalordire, ogni nostra sensazione, ogni sentimento, ogni valore e ogni emozione sembra artefatto, innaturale, falso. Tutto viene sminuito, dai grandi traguardi raggiunti dall'umanità alla magnificenza della natura. Questa è la sensazione che ho provato quando mi è capitato di considerare il mondo in modo fortemente deterministico, quando ho badato più alle cause che ai fini, più al come che al perché (e noi, che siamo scienziati, siamo ben avvezzi a questo modo di ragionare).

Contro le declinazioni più esasperate di questo modo di esistere io propongo di dare più spazio alla creazione, al progetto, alla vitalità e alla meraviglia per le cose del mondo.


Federico


sabato 24 aprile 2010

Sul libero arbitrio

Siccome l’impegno visto come volontà di far cambiare qualcosa è l’idea ispiratrice di questo blog non credo di andare “off topic” se mi permetto (e vi propongo) di fare una riflessione che ha come argomento la libertà di volere, principio informatore di ogni sforzo umano e di ogni (buona) intenzione.

Vi pongo quella che Belohradsky avrebbe forse definito una questione di (s)fondo per la delicatezza delle sue implicazioni. Sostengo infatti che non esista il libero arbitrio, precondizione essenziale di ogni sforzo teso al cambiamento i cui risultati non siano già stabiliti (o prevedibili da un’intelligenza onnisciente) prima ancora del momento in cui nella mente del soggetto agente compaia l’idea che ne ispirerà le azioni.

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Partiamo dal concetto di libertà. Essa, per definizione, non può dipendere da alcuna causa. Più precisamente la libertà è la facoltà di cominciare da sé, senza cause precedenti, una serie di modificazioni (definizione kantiana). Se ci spostiamo da questo assunto di base stiamo parlando d’altro.

Secondo me le variabili che influenzano l’agire umano si possono dividere in due categorie: riconducibili al corpo e riconducibili ai condizionamenti esterni.

  • Tra le variabili riconducibili al corpo penso che la principale sia la conformazione del cervello, che è diversa da persona a persona ed influenza molto la vita di ciascuno di noi. Avere una parte più sviluppata di un’altra può significare essere più impulsivi, o più creativi, più intuitivi… Intendo dire che tra due individui a parità di ogni altra variabile, quello con un cervello più portato alla razionalità sarà più bravo a rispondere a quesiti logici dell’altro. - Per inciso aggiungo che questa è un’altra questione di (s)fondo, visto che se si scoprisse che una razza ha un cervello più dotato in alcuni campi (o semplicemente più dotato in assoluto) rispetto ad altre razze non si sa dove si potrebbe arrivare. – Comunque vi sono un’infinità di altre variabili somatiche che contano. A titolo di esempio nomino: ormoni; altezza; potenza degli impulsi sessuali; deformazioni e/o menomazioni, e l’elenco sarebbe ancora lunghissimo.
  • Tra le variabili riconducibili ai condizionamenti esterni ci sono sicuramente l’educazione ricevuta; le esperienze; le persone frequentate e moltissimi altri fattori di questo genere.

Il processo decisionale (la volontà) si basa su un mix di tutte queste variabili, molte delle quali completamente casuali con ciascuna che da persona a persona può essere più o meno importante.

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Nel momento della nascita non abbiamo una liberà volontà: le eventuali differenze di comportamento sono imputabili solamente alle variabili somatiche (cervello, ormoni etc.), penso che ciò sia incontestabile. Crescendo veniamo influenzati dall’ambiente e cominciamo a volere.

Coloro che credono nel libero arbitrio sosterranno che vi sia un processo che da completamente condizionati (la situazione alla nascita) porti ad essere liberi ed indipendenti. Questo processo deve necessariamente avere un input (altrimenti non si spiegherebbe la sua esistenza), e l’input deve essere o interno o esterno all’individuo. Se l’input è interno allora esso non potrà che dipendere dalle caratteristiche del cervello (o da altre variabili riconducibili al corpo), se è esterno sarà di per sé un condizionamento, e, come tale, sarà differente da individuo a individuo a seconda del contesto dal quale è prodotto.

Viene quindi meno, a mio avviso, la possibilità di determinare una volontà indipendente, visto che anche chi ne afferma l’esistenza si trova in imbarazzo nel dire da dove provenga l’input dell’ipotetico processo di transizione che da condizionati renderebbe indipendenti e liberi.

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A chi ancora dubbioso obiettasse “io sono libero perché posso fare ciò che voglio” Schopenhauer chiederebbe “ma puoi anche volere ciò che vuoi?”. E in caso di risposta affermativa la domanda successiva sarebbe “puoi anche volere ciò che vuoi volere?” e così avanti sempre più in alto, all’infinito, cercando invano di raggiungere un ipotetico volere indipendente da tutto.

Questa mia negazione senza appello di ogni libertà della volontà ha due implicazioni evidenti.

  1. La prima può essere riassunta dalla frase attribuita a Madame de Stael "tout comprendre c'est tout pardonner". Prendiamo l’esempio di un terrorista. Considerando le cose dal punto di vista di una mente onnisciente che conosca ogni caratteristica fisico/cerebrale e tutti i condizionamenti esterni del terrorista, pur restando innegabile che esso abbia fatto del male, sarebbe difficile non avere, stando dalla parte dell’intelligenza assoluta, un moto di compassione e di perdono nei confronti di questo individuo che non ha altra colpa se non quella di essere nato con un certo corpo ed essere stato esposto a determinati condizionamenti. Non intendo con ciò dire che non si debba condannarlo penalmente: è oggettivo che abbia fatto del male (non sto quindi sostenendo la tesi nichilista che bene e male sono concetti relativi). Dico solo che alla necessaria condanna penale di “giustizia terrena” (necessaria affinché l’esempio non venga seguito e non si faccia altro male) non mi sentirei di aggiungere un moto dell’animo di odio o di disprezzo.
  2. La seconda implicazione è complementare alla prima. Non posso cioè, sempre ipotizzando di stare dalla parte della mente onnisciente sostenere che chi agisce nel bene lo faccia di sua libera volontà. Le persone buone e/o brave sono semplicemente più fortunate di quelle cattive. Ai miei occhi il loro merito è ridotto nella misura in cui la colpa dei malfattori è attenuata e intesa solo in una sua particolare accezione avulsa dal concetto di libera volontà.

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A questo punto rimane ancora da dare un’importante spiegazione: perché continuiamo ad agire e non ci adagiamo sul divano fino a morire d’inedia?

La spiegazioni possibili secondo me sono due, riconducibili ancora alla dicotomia corpo/condizionamenti esterni:

  1. neanche questa scelta dipende da una nostra libera volontà. Un istinto atavico e animalesco di sopravvivenza della specie (che risiede nel corpo) ci impedisce di comportarci in modo autodistruttivo
  2. in realtà non abbiamo che una conoscenza distorta e parziale delle cose. Distorta perché la nostra educazione e i valori fondanti del mondo tendono a premiare in ogni contesto chi agisce (in modo confacentesi alle aspettative) inducendoci ad agire pavlovianamente. In questo caso sarebbero i condizionamenti esterni che influenzano la nostra capacità di vedere le cose come stanno. Inoltre la nostra visione è parziale perché non tutto è intelligibile per noi, visto che non vediamo l’infinito rapporto causale come potrebbe fare la mente onnisciente e, non avendo l’evidenza incontestabile di fronte agli occhi, possiamo fare al massimo delle congetture delle quali però non siamo convinti nel profondo (come starei facendo io in questo momento).

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Spero di aver esplicato abbastanza ordinatamente almeno il nocciolo della riflessione che ho portato avanti negli ultimi due mesi. In realtà ci sarebbero ancora molte connotazioni e corollari da aggiungere, ma li tralascio per motivi di sinteticità.

Vi prego di farmi sapere se non siete d’accordo con me. Se non lo farete non sarò in errore pensando che ogni vostro impegno finalizzato al miglioramento non è altro che una sorta di movimento inerziale di fattori da voi impossibili da controllare (perché mancano le premesse per farlo).

Enzo

domenica 18 aprile 2010

Una critica al liberalismo fossatiano

Salve.

Leggendo il libro di Fossati non ho potuto fare a meno di formulare alcune considerazioni. Ve le presento.

Mi sembra che uno dei punti focali del testo sia il contrasto tra l'etica della reciprocità liberale e la political correctness della corrente costruttivista. Fossati critica la seconda impostazione proprio perchè il politically correct manca dell'idea della reciprocità: gli stranieri non sono tenuti a rispettare la nostra cultura (perché deboli) ma noi siamo obbligati a rispettare la loro, non solo, ma non possiamo fare nulla quando i nostri connazionali sono perseguitati nei paesi esteri (vedi in particolare pag. 70, ma è una costante in tutte le prime centocinquanta pagine del libro).

Cerco di analizzare la questione: il liberalismo è una dottrina politica individualista, fin qui non ci piove. Le battaglie che sono state portate avanti dal liberalismo sono tutte a favore di diritti e libertà personali, dalla libertà di espressione a quella di commercio. I liberali disprezzano lo stato perché lo vedono come un entità disumana, spersonalizzante ma soprattutto incredibilmente potente: lo stato può soverchiare l'individuo e le sue libertà con i mezzi e la forza di milioni di uomini. Il liberalismo in linea generale se deve scegliere se stare dalla parte dello stato che deve costruire l'autostrada e il cittadino che rischia l'espropriazione della casa sceglie quest'ultimo.

Chi invece ha una concezione “forte” dello stato ritiene che per perseguire il bene pubblico la singolarità degli individui deve essere talvolta sacrificata per un fine superiore, e quindi qualcuno perderà la casa, qualcuno abiterà vicino a una centrale nucleare o a una discarica. Il liberalismo ha il grandissimo merito di aver sconfitto il potere dell'aristocrazia: i liberali volevano l'eguaglianza giuridica dei cittadini, e in particolare l'eliminazione dei privilegi nobiliari. Il principio di reciprocità qui si presenta così: io pago x quantità di tasse quindi anche tu paghi x quantità di tasse.

La critica più importante a questa dottrina la conosciamo tutti ed è la teoria marxiana, che in sostanza dice che le differenze di possesso economico (inevitabili nel sistema economico proprio del liberalismo che è il liberismo) rendono inutile l'eguaglianza giuridica e politica e non permettono un vero sviluppo dell'individuo.

I liberali ritenevano in sostanza che tutti gli uomini dovessero essere eguali dal punto di vista giuridico e politico, ma che la loro ricchezza “iniziale” (per nascita) o la ricchezza ottenuta nello svolgimento delle loro attività fossero svincolate e indipendenti dalla ricchezza di altri individui.

I social-democratici (i costruttivisti) cercano invece di colmare le varie differenze tra individui, siano esse di tipo economico (welfare state), fisico (rispetto e “correttezza politica” verso i disabili, gli anziani e i bambini), “intellettuale” (istruzione pubblica e obbligatoria), culturale (rispetto e correttezza politica verso le minoranze).

Insomma questi moderati di sinistra hanno paura del dominio, del potere di una componente della popolazione nei confronti di un'altra, ad esempio dei ricchi sui poveri, degli aitanti sui deboli, degli istruiti sugli ignoranti, degli adulti sui bambini e così via. E quindi tutelano, creano privilegi per i deboli, con norme giuridiche, regole di costume o convenzioni linguistiche, come chi chiama il netturbino “operatore ecologico” e viene tacciato di bizantinismo, falsità, di dire le cose in burocratese e non veramente come stanno.

Ciò nondimeno è questa l'impostazione generale dominante (almeno negli stati europei) ed è accolta con le dovute misure anche da liberali e conservatori (di certo le leggi a tutela dei minori non sono un'esclusiva della sinistra), e per questa ragione mi stupisce l'intransigenza di Fossati.

Per capire quanto questa concezione sia preminente basta dare un'occhiata alla Costituzione: il principio solidarista (art 2), il principio di uguaglianza sostanziale (e non formale), la presenza di imposte progressive (se chi ha 10 paga 1, chi ha 20 non paga 2 ma 3 o 4), il rispetto delle minoranze linguistiche e religiose sono tutti derivati di tale dottrina il cui scopo sembra essere quello di non volere che un gruppo, una componente della società prevalga sulle altre grazie a una qualche superiorità.


Quindi chi continua a rifarsi a questo famoso principio di reciprocità (che è chiamato anche “regola d'oro” per la sua internazionalità) prima di tutto non comprende gli sviluppi etico-politici degli ultimi due secoli e in secondo luogo non considera le profonde diversità presenti tra gli uomini. Quando al mondo saremo tutti eguali nel corpo e nello spirito, per capacità economica e di fronte alla legge (cioè mai) il principio di reciprocità sarà veramente la moralità assoluta. Fino ad allora è nostro compito a mio avviso cercare di colmare le enormi differenze, e in particolare le più nocive, al fine di offrire ad ogni individuo la possibilità e l'opportunità di vivere dignitosamente e in modo paritario nei confronti degli altri individui.

Con questo non voglio giustificare scelte discutibili come la creazione e l'imposizione di termini barocchi o la mancanza totale di reciprocità nei confronti dei cittadini stranieri, sostengo però che è giusto avvicinarsi all'esatta misura che ipoteticamente colmerebbe ogni differenza.

Il mio intervento non è una difesa a spada tratta del politically correct (argomento sul quale sono disinformato) ma una critica all'uso indiscriminato e non problematico del principio di reciprocità. Preferirei di gran lunga che si attaccasse la correttezza politica con motivazioni più pragmatiche e realiste, ad esempio mettendo in luce l'irrealizzabilità della dottrina solidarista per il fatto che in ogni società, anche nella più plurale delle democrazie, vi è sempre e comunque una componente dominante che imposta i valori e detta le norme e che senza questa condizione oltre alla libertà di culto e al diritto di assistenza dei disabili bisognerebbe garantire anche il diritto di non rispettare la legge.




Aggiungo una piccola postilla: il solidarismo e la “correttezza politica” di cui si parla rispecchiano sostanzialmente la volontà di dare a tutti gli individui eque opportunità, di dare a un povero le stesse opportunità di un Fossati, di dare a un ignorante le stesse opportunità di un Fossati, di dare a un tetraplegico le stesse opportunità di un Fossati.
Il Fossati invece, vuole la reciprocità, vuole tutti uguali e a tutti uguali diritti, ma questi diritti, queste “eguali libertà” sono quelle che ha conquistato la classe liberale e borghese, composta da uomini ricchi, colti, adulti e (generalmente) senza difetti fisici o malformazioni. Quindi tra questi diritti non ci sarebbe il diritto di un tetraplegico di poter usufruire della scala semovente, non ci sarebbe il diritto di un cieco che fa il segretario di avere strumenti ausiliari, un aiutante che lo accompagna sulle scale o dei privilegi di qualche tipo, dovrebbe essere trattato in modo “reciproco”, come tutti gli altri.
Mi rendo conto che gli esempi di diversità fisica sono i più emblematici e rischiano di banalizzare la questione in quanto “strappa lacrime”, ma il concetto per quel che mi riguarda è lo stesso per differenze di tipo economico, culturale e storico (non dovrebbe stupire che la political correctness americana cerca di “privilegiare” gli afro-americani dopo 3 secoli di schiavitù e 150 di inferiorità giuridicamente riconosciuta).
La conclusione che arrivo a trarre è che il solidarismo e la correttezza politica sono fenomeni etico-politici complessi (e, per quel che mi riguarda, di grande valore) che non possono essere ridotti banalmente alle sofisticherie linguistiche di qualche bigotto.

Cosa ne pensate?

Federico

martedì 30 marzo 2010

Sic transeat gloria mundi

Ieri mattina, in fila dal medico. Traduco dal friulano all'italiano.
Donna 1 (leggendo "Oggi"): Ah questi giovani, tutti che divorziano.
Donna 2: Ma ti credo, se vanno a trovarsi degli stranieri! Come la figlia di *****, quella che lavora per l'ONU o comesichiama, lavora in Congo o giù per l'Africa non so dove, si è trovata sto negro, stranamente bello visto che quelli che vedo qua a vendere cose son tutti brutti, e hanno avuto questa figlia... Che è nata bianca, e poi si è abbronzata un po' alla volta!
(Donna 1 ridacchia)
Donna 2: ...ma dico io, un africano dovevi trovarti? Con tutti i bei ragazzi che abbiamo in paese! Meno male che mia figlia invece ha un po' di buon senso, e se n'è trovato uno a 10 km da casa... Che non sono pochi, ma almeno conosco i suoi genitori e allora è tutto a posto! Beh insomma, a questa povera bambina coi genitori separati cosa puoi dire, quando cerca la mamma? Che è una cattiva mamma! E poteva stare a casa, senza andare in giro. C'è pur Udine qua vicino, che altro serve?

Che altro serve?
Avrei voluto rispondere a queste parole semplici e atroci, ma non ci sono riuscita.
E oggi, guardando i risultati elettorali, vi chiedo come sia possibile comunicare con persone così.
Con chi non va a votare, ma se si tratta di televoto per il Grande Fratello (col plauso del capomastro Silvio), allora ben venga.
Con chi vota un governo che ci sta togliendo tutto, un pezzetto alla volta. E ce lo toglie gradualmente, così subdolamente che non ce ne accorgiamo nemmeno, non ci indigniamo affatto. Non esploderemmo per nulla al mondo.
E un giorno il basso impero finirà, questo è certo: ma da quanto fango saremo sommersi? Dopo respingimenti, censura tv, processo breve, falsi in bilancio, lodi, maxilodi e chissà cos'altro, riusciremo a ricordare come si stava prima? O saremo cambiati anche noi, le nostre idee, le nostre parole, con una soglia di sopportazione spostata ormai troppo in là?

Come ha scritto Zucconi oggi, la corona poggia ora salda sul capo del Presidente del Consiglio: la strada è spianata, verso il presidenzialismo e oltre.
Rimaniamo a guardare?

Stamattina la tv strillava: "Emma ha vinto!"
Già: Emma, la concorrente di Amici, ha vinto. E ha fatto il 30% di share.

Veronica

domenica 21 marzo 2010

LA DISPERAZIONE PIU' GRAVE

"LA DISPERAZIONE più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo". È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un'affermazione del genere. Chi pensa che questa sia un'esagerazione, sappia che l'Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?

Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c'è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L'ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l'orgoglio. Ma come è potuto accadere?
Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.

Il senso del "è tutto inutile" toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.
Io non voglio arrendermi a un'Italia così, a un'Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all'Osce, all'Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare.


Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov'è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l'imputata Sandra Lonardo Mastella che dall'esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all'ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell'Udc. Così sui manifesti c'è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro.

Ci indigniamo per la vicenda dell'ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d'arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl.

Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della 'ndrangheta, com'è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l'accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.
Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra.

E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di 'ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell'inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell'inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell'ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista "Socialisti Uniti" della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo "Lettera Morta" contro il clan Costa ed in quelle per l'uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.

A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il - o vengono prima del - diritto, valutazioni in merito all'opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all'opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l'antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un'abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda. È un tradimento che quasi si perdona con un'alzata di spalle come quello d'un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un'altra donna.

Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro?
Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro.

Dov'è finito l'orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov'è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.

Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze - certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l'obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l'avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.

Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso - meno crudele, certo, ma meno forte e solido - solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un'alternativa vera e vincente.
Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un'alternativa.
Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.

Del resto, quello che più d'ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.
L'Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.

Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell'offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all'economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.

Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all'Onu, all'Unione Europea, all'Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni.
Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto.

Roberto Saviano