lunedì 28 dicembre 2009

Sull'azione e l'inazione

Mi appasiona molto l'argomento di cui si sta discutendo, e cioè quello riguardo all'impegno politico contrapposto al non-impegno, al disinteresse, alla rilassatezza.
La tesi di Enzo è interessante: prendere atto dello stato di degrado che la nostra società sta attraversando, avvedersene con rammarico ma limitare il nostro impegno a preservare e a migliorare lo Stato delle cose in un ambito circoscritto, che è quello dove i nostri strumenti sono efficaci; preferire la comunità di amici e parenti alla società pubblica; fluire nel privato come molti di noi hanno sempre fatto.
D'altra parte le ingiustizie, le prepotenze, le scorrettezze di questo mondo ci spingono ad agire, ad intervenire, a tentate e ad andare oltre ai limiti dei nostri scarsi mezzi.
Preso atto dunque di questa contraddizione, il mio tentativo sarà quello di analizzare questa duplicità azione/inazione che penso caratterizzi in qualche modo ognuno di noi e che trascende il contesto dell'impegno politico.

Innanzitutto, qualcuno potrebbe obiettare che se qualcuno non combatte per un valore che sente suo, se non agisce concretamente ed immediatamente mettendosi in gioco, allora quel valore non è così importante per lui. Se io non vado a palazzo Chigi a protestare quando il lodo Alfano entra a far parte dell'ordinamento, vuol dire che (per esempio) i valori dell'isonomia e della costituzione non mi appartengono, o comunque non sono in me così forti e intensi. Questa linea di pensiero, tipica di una corrente dell'esistenzialismo, esclude i valori astratti proprio perchè i nostri valori sono tali solo nella misura in cui li rendiamo effettivi, fattuali, in parole povere, noi determiniamo ciò che siamo attraverso le azioni, non i pensieri.

Questa lettura è a mio avviso molto interessante, ma la mia esperienza mi fa pensare che in noi esistano dei valori profondamente radicati e presenti, che non riusciamo però a concretizzare pienamente per via delle poliedriche contingenze della vita. Penso alla gente che non può andare a Roma al no-B day per le più disparate ragioni.

Ho letto l'Amleto recentemente e il monologo dell' "Essere o non essere - questo è il problema" offre uno spunto di riflessione in merito a questo tema: il protagonista giunge infatti alla conclusione che il motivo principale per cui l'uomo tradisce i suoi valori ed ideali (per Amleto questi sono grossomodo la Verità, la famiglia e l'onore) e rinuncia a combattere e ad agire, è l'abuso del raziocinio, della riflessione, della lungimiranza che frena gli impulsi del cuore e palesa la possibilità del fallimento e in ultima istanza della morte. Paura di non essere più, di andare contro qualcosa di sconosciuto e pertanto terrificante. E quindi "sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna".

Vorrei proseguire il mio intervento evolvendo la discussione tra impegno (politico) e disinteresse: ho già detto della visione antipodica azione<--->preservazione che Shakespeare rende viva nel monologo del principe di Danimarca, ecco ora vorrei presentarne un'altra, simile ma non uguale e sottoporla al vostro giudizio, e cioè la dicotomia azione<--->pensiero, intendendo per azione il nostro agire nel mondo e per pensiero il nostro pensare il mondo.

L'individuo che pensa di più agisce forse di meno? Di primo acchito risponderei di no, ma riflettendo più a lungo, giungo alla conclusione che l'uomo "di pensiero", riuscendo a cogliere la causa intima di ogni fenomeno, non agisce mai perchè conosce le cause e i motivi che determinano ogni evento e, prendendo atto della necessità che regola il mondo, diventa etereo fino a scomparire, confondendosi nel mare necessario dell'universo. Egli in pratica è Dio, o Demone di Laplace, come qualcuno lo chiama. E' ovviamente un'ipotesi limite perchè ogni soggetto agisce esistendo e vivendo nel mondo, al di là del fatto che la scienza contemporanea sembra negare la possibilità di conoscere la "concatenazione di verità" per via dell'intrinseca casualità che regola tutti gli eventi dell'universo.
Ad ogni modo Spinoza intendeva così la saggezza quando diceva:

"Infatti l’ignorante, a parte il fatto che è sballottato in molti modi da cause esterne e non raggiunge mai una vera soddisfazione dell’animo, vive, inoltre, quasi inconsapevole di sé, di Dio e delle cose; e appena cessa di patire cessa anche di esistere. Al contrario il saggio, in quanto è considerato tale, difficilmente è turbato nell’animo, anzi, consapevole di sé, di Dio e delle cose, per una certa eterna necessità, non cessa mai di essere, e possiede sempre la vera serenità dell’animo."

Al contrario, "l'uomo d'azione", non comprendendo minimamente il mondo, è fatto di pura azione e volontà di potenza, esiste solo per se stesso, non vuole sottostare a nessun potere e volontà esterna, perchè non ne vede la necessità. All'opposto del determinista che scruta tutto e trova sempre cause e motivi, l'uomo d'azione è un inguaribile possibilista. Egli è la componente creatrice della nostra ragione, quella che ci spinge a combattere per un valore fino a mettere in gioco noi stessi e ad ergerci contro il mondo e i suoi soprusi. L'uomo totalmente agente non può esistere perchè non sa esistere, non conoscendo il dolore causato dal fuoco, il soffocamento provocato dall'acqua, nè la ferita mortale cagionata da una caduta. Esso non potrebbe vivere, rifiutandosi persino di respirare per non sottostare al potere dell'aria. Noi abbiamo imparato queste cose, il dolore del fuoco, del mancato respiro, le sculacciate della mamma e conosciamo, dunque ci adattiamo al mondo, facciamo il famoso compromesso con il potere e la volontà esterna, umana o naturale che sia, iniziamo quel percorso verso l'esistenza, che non a caso deriva da ex-sistentia, ovverosia "stare da", "avere l'essere da" cioè essere calati in un contesto esterno da noi.

Quale il comportamento migliore dunque? Forse, secondo la lezione dei classici, quello di seguire la "giusta misura" che ci suggerisce la nostra ragione?
Pensare e comprendere il mondo ma allo stesso tempo agire e far valere lo propria volontà sul mondo stesso? Questo approccio non ha però la grandezza dei due estremi e mi dà l'impressione di essere una soluzione di ripiego, che pure è quella che penso noi tutti adottiamo, chi più verso un estremo, chi più verso l'altro.
La paura che mi perseguita è quella di diventare una persona "priva di totalità", che mi fa pensare continuamente alla figura del piccolo borghese, la personalità tanto disprezzata da tutti i grandi intellettuali della contemporaneità. Una creatura che manca di partigianeria, che non combatte con i denti e le unghie, ma che ciònonostante vuole ma non troppo, manca della grandezza e dello slancio tragico dei martiri, dei re, dei grandi condottieri. Borghesi, tutti medio progressisti, come il megadirettore galattico fantoziano, che vedono le ingiustizie ma non le combattono con l'abnegazione degli eroi o dei partigiani ma prendono la strada meno rischiosa del riformismo, dell'attesa, della discussione democratica, della prudenza..
Quanto ritrovo la mia famiglia, gli ambienti dove ho sempre vissuto, me stesso! Forse la lezione dei classici è corretta, ma sicuramente pecca di fascino.

Il mio sproloquio è finito, avevo davvero bisogno di elaborare in forma scritta e vagamente organica quello che mi passava per la testa da un po' di tempo, e quindi mi sento in dovere di ringraziare in modo particolare coloro che hanno dato vita a questo blog.
Invito ora gli altri partecipanti a questo progetto di continuare la discussione e a sottoporre al tribunale della ragione quanto ho scritto, in modo da aggiungere un tassello al percorso dialettico che stiamo facendo insieme. E mi rivolgo in particolare a chi non ha ancora scritto! Tanti saluti.


Federico.

martedì 22 dicembre 2009

Piccola novella per ragazzi

C’era una volta un bambino che credeva di avere vent’anni ma forse non ne aveva vissuti neanche dieci.
Possedeva una pistola, con la quale si credeva Generale.
Viveva isolato nella valle del fiume.
Un giorno prese la pistola perchè stava male. Aveva capito che il mondo non era cosa buona, perché crudele ed ingiusto. Perciò andò in città alla ricerca di qualche male da trovare.
Arrivato in città cercò il male in ogni dove: alla caccia di truffatori, ladri, banditi o assassini. Voleva interrogare il povero per farsi indicare la casa del ricco che lo aveva derubato. Voleva trovare l’infermo per chiedergli dove fosse il bandito che lo aveva maltrattato. Cercava il cieco per farsi dire dove fosse il ladro che lo aveva accecato. Parlava con la vedova per vendicare il marito ucciso. Nel nome del Bene.
Ma nulla trovava, se non l’indifferenza e la paura degli abitanti della città.
In un giorno di disperazione trovò un bambino della sua età, che gli veniva incontro.
Fecero amicizia e assieme cercarono il Male per fare giustizia. I due bambini si credevano generali, ma solo uno aveva la pistola, solo uno decideva la strategia, solo uno portava avanti la battaglia con convinzione.
L’altro era più realista e gli proponeva di lasciare la pistola e di cucirsi una divisa, in modo che le persone l’avrebbero riconosciuto e considerato con più rispetto.
In un giorno afoso d’estate i due generali sorpresero finalmente un uomo maltrattare una donna. Il bambino con la pistola la estrasse e la puntò verso quell’uomo, che immediatamente mise le mani ai fianchi, cercando il suo fucile. A quel gesto improvviso il bambino premé per primo il grilletto.
Ma il colpo non partì.
L’amico già sapeva tutto e promise che avrebbe portato avanti la battaglia senza quell’arma. Si decise a cercare altri bambini come lui, ma ancora più saggi di lui. Assieme avrebbero costruito una grande squadra di generali.
Infine prese la pistola dall’amico morto e la conservò per ricordarsi della promessa che aveva fatto a se stesso.

È una storiella che ho inventato di getto. Avevo semplicemente voglia di farlo, non volevo creare nulla di particolare.

Niente, volevo solo scrivere che non abbiamo bisogno di generali armati, ma di una squadra di generali uniti!
Non abbiamo bisogno delle cose brutte per avere l’ispirazione, ma solo delle cose che ci capitano tutti i giorni.
Non dobbiamo cercare l'impossibile o parlare dei "grandi sistemi", ma scrivere solamente della nostra normalità.
Quindi continuiamo questo progetto del blog! Invito tutti (anche quelli che non hanno ancora scritto) a farlo, invito chi ci legge a darci una mano.
Invito chi non si sente molto di scrivere pubblicamente a non perdere fiducia nei suoi lettori.
Invito noi tutti a non perdere fiducia in ciò che stiamo facendo.

Buona fortuna ragazzi!

il vostro Lollo

sabato 12 dicembre 2009

Racconti di uno

Da giorni prima di vederlo il mare era un odore
Un sudore salato, ognuno immaginava di che forma.

Sarà una mezza luna coricata, sarà come il tappeto di preghiera,
sarà come i capelli di mia madre.

Beviamo sulla spiaggia il tè dei berberi,
cuciniamo le uova rubate a uccelli bianchi.

Pescatori ci offrono pesci luminosi,
succhiamo la polpa da scheletri di spine trasparenti.
L’anziano accanto al fuoco tratta con i mercanti
Il prezzo per salire sul mare di nessuno.

(…)

Notte di pazienza, il mare viaggia verso di noi,
all’alba l’orizzonte affonda nella tasca delle onde.

Nel mucchio nostro con le donne in mezzo
Un bambino muore in braccio alla madre.

Sia la migliore sorte, una fine da grembo,
lo calano alle onde, un canto a bassa voce.

Il mare avvolge in un rotolo di schiuma
La foglia caduta dall’albero degli uomini.

(...)

Vogliono rimandarci, chiedono dove stavo prima,
quale posto lasciato alle spalle.

Mi giro di schiena, questo è tutto l’indietro che mi resta,
si offendono, per loro non è la seconda faccia.

Noi onoriamo la nuca, da dove si precipita il futuro
che non sta davanti, ma arriva da dietro e scavalca.

Devi tornare a casa. Ne avessi una, restavo.
Nemmeno gli assassini ci rivogliono.

Rimetteteci sopra la barca, scacciateci da uomini,
non siamo bagagli da spedire e tu nord non sei degno di te stesso.

La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi,
nostra patria è una barca, un guscio aperto.

Potete respingere, non riportare indietro,
è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata.

(...)

Faremmo i servi, i figli che non fate,
nostre vite saranno i vostri libri d’avventura.

Portiamo Omero e Dante, il cieco e il pellegrino,
l’odore che perdeste, l’uguaglianza che avete sottomesso.


Erri De Luca


domenica 6 dicembre 2009

La Repubblica, domenica 6 dicembre 2009

La rivoluzione giovane e gli errori del Pd
di CURZIO MALTESE


"Siamo il più bel corteo degli ultimi 150 anni". Uno slogan ironico, ma neppure tanto. Per usare altre parole del nemico della piazza, quello di ieri è stato un miracolo italiano. Quando sarà finita l'era Berlusconi, si parlerà ancora del 5 dicembre come di un giorno che ha cambiato la storia. Nel mondo non s'era mai vista una simile folla di persone convocata attraverso la rete. E' l'ingresso ufficiale della politica nell'epoca di Internet. Qualcosa che va perfino oltre, anzi molto oltre l'obiettivo dichiarato di costringere il premier alle dimissioni. E' una rivoluzione. La rivoluzione viola. Allegra e vincente: nelle cifre, nei modi, nei linguaggi, nei volti, spesso di giovanissimi. Non era accaduto a Londra, a Parigi, a Berlino, in nazioni dove l'uso della rete è assai più diffuso che in Italia. Neppure negli Stati Uniti, dove da anni esiste MoveOn, il movimento on line che ha creato il fenomeno di Obama. E' accaduto qui, nel laboratorio italiano, in una piazza romana da sempre teatro della nostra storia. In questo caso, la fine decretata della seconda repubblica. Di fronte all'enormità del fatto nuovo, colpisce la decrepitezza di un ceto politico a fine corso, evidente nelle reazioni scontate, conservatrici, impaurite. Di tutto il ceto politico, di maggioranza e d'opposizione. I portaborse berlusconiani, che si sono lanciati nella solita arringa contro le "piazze giustizialiste", aggettivo che non significa nulla per i ventenni in corteo. Le solite timidezze della dirigenza del Pd, che conferma di capire poco, come le precedenti, dei mutamenti profondi avvenuti nella società italiana. Ma pure la corsa a "mettere il cappello" dei dipietristi e dell'ex sinistra arcobaleno, comunque mantenuti dagli organizzatori ai margini del palco e della festa.
Fra tutti, certo, il più incomprensibile è l'atteggiamento del Pd di Bersani. Un partito nuovo, almeno nelle intenzioni se non nel gruppo dirigente, inossidabile ai cambi di nome e di sigle, che avrebbe dunque in teoria tutto l'interesse a sperimentare le nuove forme della politica, a esserci insomma in occasioni come queste, piovute dal cielo. "Perché Bersani non è qui?" era la domanda del giorno, sul palco e fra la gente. Già, perché? C'era una grande manifestazione di popolo, a costo zero rispetto alle onerose manifestazioni di partito. C'erano in piazza l'elettorato reale e quello potenziale dei democratici. Chiedono le dimissioni di un premier che ha sputtanato l'Italia nel mondo, con le veline candidate in Europa, le sua storie personali e le scelte pubbliche, l'elogio dei dittatori, il conflitto d'interessi, i trucchi per sfuggire alla giustizia, i media di sua proprietà usati come manganelli, le accuse dei pentiti di mafia. Elementi che, presi uno per uno, sarebbero già stati sufficienti in qualsiasi altra democrazia per chiedere le dimissioni di un governante. Perché allora Bersani non c'era? Perché il maggior partito d'opposizione ha addirittura paura a pronunciare la parola "dimissioni"? Perché invece di abbracciare gli organizzatori, a partire da Gianfranco Mascia, e precipitarsi di corsa, i dirigenti del Pd esalano sospetti, perfino disgusti nei confronti dell'onda viola? Sarebbe come se Barack Obama, invece di accettare con entusiasmo l'appoggio di MoveOn, che gli ha fatto vincere le elezioni, avesse detto: no grazie, preferisco fare da solo. "Un errore grave, di quelli che si pagano cari" diceva Pippo Civati, trentenne esponente del Pd, che è venuto con regolare maglione viole, sulla base di una scelta assai più semplice: "Venivano tutti gli elettori con cui sono in contatto, perché io avrei dovuto essere da un'altra parte?". Passeggiare per le strade di Roma ieri, a parte tutto, era un esercizio utilissimo per un politico. Le facce, le storie dei partecipanti raccontavano un'Italia che non comparirà mai al Tg1 ma opera ogni giorno nel famoso territorio. Associazioni di ogni tipo, che hanno movimentato già sulla rete decine di battaglie locali e nazionali, sulla Tav, il Ponte di Messina, il precariato, la scuola. Volontari, lavoratori, ceti medi, centri sociali ed elettori di destra delusi, gente del Nord, del Sud, immigrati: bella gente. Più giovani di quanti ne compaiano di solito nei cortei, quasi soltanto ventenni o cinquantenni, col buco in mezzo delle generazioni cresciuti negli ultimi decenni di egemonia televisiva. Tanti pezzi di un'Italia non qualunquista, non rassegnata, che non sta mani nelle mani tutto il giorno a chiedersi "che cosa possiamo fare?" o a lagnarsi della casta dei politici. Domani non torneranno a casa a guardare la televisione. La rivoluzione viola non finisce qui e non finirebbe neppure con le dimissioni di Berlusconi. Continuerà a far politica nei nuovi modi, con o senza il permesso di chi pensa che la politica sia decidere tutto nelle fumose stanze di un vertice a palazzo.

venerdì 4 dicembre 2009

“Proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto di uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto...”

Primo, perché scrivere.

Ho sentito, ultimamente, l'insufficienza del “parlare e basta”. Quando parliamo, di continuo ritrattiamo, indietreggiamo, sdrammatizziamo, guardiamo il volto di chi ci sta davanti e, seppur minimamente, in base a quello ci correggiamo. Il che è meraviglioso, ma non mi basta quando vedo la voragine che si apre tra le parole che si sprecano e i fatti che, spesso, mancano.

Allora per me la scrittura sarà questo: una tappa intermedia tra l'ambiguità delle parole e l'univocità dei fatti. Un veicolo per passare dall'uno all'altro, dalla potenza all'atto se vogliamo, grazie a una componente importante della parola scritta che è la responsabilità: mentre parlo posso abbassare lo sguardo per sfuggire all'interlocutore, quando scrivo no. Ogni parola che riempie questo foglio bianco è in qualche modo un punto di non ritorno.

“La parola scritta mi ha insegnato ad ascoltare la voce umana”, ha detto Marguerite Yourcenar. E quella voce non vorrei fosse sempre e solo un'emissione fonetica passibile di innumerevoli interpretazioni: vorrei, a volte, una Voce più coraggiosa e sicura di sé.

Che la scrittura sia responsabilità lo sa sicuramente anche il signor Celli.
Ogni tassello da lui citato, dal familismo alle veline, lo abbiamo davanti agli occhi e si incastra perfettamente nel quadro in una società italiana civilmente assopita e mediocre. Eppure, no: fossi in lui, io non direi mai a mio figlio ventenne di andar via. Perché così me ne laverei le mani, o meglio, contribuirei ad una sorta di auto-apologia generazionale del tipo “la mia generazione ha perso”...

Insomma, una generazione è fatta di individui. E lo stesso vale per un'élite intellettuale. E se un esponente della prima e contemporaneamente della seconda lancia un appello del genere, vuol dire che è figlio di quello stesso fatalismo tipicamente italiano a cui con ogni probabilità è avverso. Un appello fatalista in un paese fatalista desta clamore e emozione, ma non produce niente. Ci riduciamo a spettatori disillusi dei fallimenti dell'entità “Italia”, ma gli italiani li nominiamo mai? In questi giorni qualcuno mi ha scosso dal fatalismo, mi ha fatto capire quanto grande è la forza nell'azione di un individuo e spero ne parlerà anche qui. E non si tratta dell'individualismo noncurante citato da Celli, ma di qualcosa di quasi opposto: l'attribuire un valore inestimabile all'atto creativo del singolo.

L'azione non deve essere eclatante per smuovere qualcosa. Un'azione ispirata non “cambierà il mondo”. Lo so. Ma propongo una sorta di autoinganno: dovremmo crederci di più a certe favole, se queste sono la molla per il nostro agire, per evitare di “lasciarsi agire”. E per favola non intendo qualcosa di spudoratamente falso e consolatorio. Non so se chiamarlo impulso o Utopia, ma dev'essere un punto fermo e forte sul quale innestare ogni piccolo atto e pensiero.

Non dovremmo lasciarci tentare da una disillusione deresponsabilizzante. Perché se viene a mancarci questo slancio iniziale possiamo solo criticare, decostruire, demolire tutto pezzo per pezzo... Finché tra le mani non ci rimarrà più niente.
O meglio, possiamo fare come Sancho, essere realisti e accontentarci di un castello: e allora sì che la “fuga” all'estero sarà l'unica via.
Io questo sogno matto, questa miccia ideale la sento accendersi anche ora, mentre scrivo e forse qualcosa ad un micro-livello produco, mentre con un certo timore vi sottopongo le mie idee e con grande piacere mi arricchisco delle vostre.

Creatività e responsabilità, che è anche il senso di questo blog.
Ecco, ho chiuso il cerchio.

Veronica

giovedì 3 dicembre 2009

De Otio

E' con vero piacere che mi accingo a fare un intervento su questo blog.

Avete ragione: la puntualità, la precisione, l'ampio respiro, la pregnanza e non ultimo il fascino della parola scritta mancano alle nostre discussioni lasciandole incompiute, come se una parte di esse rimanesse costantemente inespressa, come se prevalesse l'idea di chi lì, sul momento, ha saputo trovare le parole più convincenti nel circoscritto spazio temporale concesso.

Spesso, mi accorgo, il confronto verbale diventa un gioco retorico nel quale si sceglie una posizione che di primo acchito pare giusta, e poi la si sostiene ad oltranza solo per amor di discussione; spero che questa abitudine piacevole quanto inconcludente possa rimanere confinata all’ambito orale.

Qui sul blog infatti, bene o male che sia, non si può "aggiustare" il senso di una frase con un ammiccamento, con l'intonazione, con un sorriso, non si può ritrattare, insomma: scripta manent.

Detto questo passo al mio (modesto) contributo alla discussione.

Il punto di partenza è che l'Italia sarebbe allo sbando: ci si chiede se sia giusto o meno abbandonarla o se si debba invece lottare per cambiarla.

Ma nel pormi questa domanda trovo necessario rispondere ad un quesito che viene prima per importanza: qual è il mio obiettivo, cosa mi auguro nella vita?

La risposta è che spero di vivere in serenità, in salute ed in benessere.

E non si possono forse raggiungere questi obiettivi, vi domando, anche in uno stato governato malamente, in un'epoca più volte definita di decadenza come è la nostra?

Credete che i milioni di persone che vissero nell'Impero romano nel IV secolo o nella Repubblica di Venezia nel '700 (il primo esempio di costumi corrotti e Stato allo sfascio per eccellenza, il secondo di lenta agonia) non possano aver goduto di serenità, salute e benessere, e che al contrario i cittadini di uno Stato forte e in ascesa (penso agli Stati Uniti nel '900) debbano aver avuto una vita nettamente migliore?

Io non lo credo.

Riguardo invece la possibilità di cambiare la situazione generale per mezzo dell’impegno mi è venuta in mente una citazione del De Otio di Seneca che ho ritrovato su Internet e che vi propongo:

Se lo Stato è troppo corrotto per poter essere aiutato, se è invaso dai mali, il saggio non si affaticherà inutilmente né si sacrificherà se è destinato a non recare alcuna utilità

Seneca si auspica che, constatata l’impossibilità di agire per il bene dello Stato, si sarà più utili muovendosi in un campo d’azione più ristretto

Certamente ad un uomo si chiede ciò: che sia di giovamento a molti uomini se gli è possibile, se non proprio a molti a pochi, se non proprio a pochi ai vicini, se non proprio ai vicini a sé.

Vi parrà forse un proposito egoista, ma così non è. Seneca infatti continua sostenendo molto lucidamente che colui che non migliora nemmeno se stesso (magari fuorviato dall'hybris che gli fa credere di poter agire a livello globale) nuoce non soltanto alla sua persona, ma anche a tutti quelli ai quali avrebbe potuto giovare se fosse diventato migliore.

Quindi, secondo me, lo sforzo dovrebbe essere su scala ridotta, in ambienti dove la nostra parola può veramente essere una potente arma da fuoco, e non in teatri bellici dove la nostra opinione conta come uno schioppo nello sbarco in Normandia, per rimanere sulla linea della bellissima metafora di Lollo. Tra l’altro penso proprio che “agire locale” voglia dire più o meno questo.

In conclusione per trasporre in atto i propositi che ho elencato e per godere di un’esistenza soddisfacente non è necessario né che lo Stato in cui si vive sia florido e ben amministrato né sforzarsi (inutilmente) di migliorarlo.

Di conseguenza alla domanda "andare all'estero o no?" io rispondo di no come voi, ma per motivi diversi.

Enzo

mercoledì 2 dicembre 2009

5 domande

Il mio primo approccio a questo blog sarà con un post (si, alla fine il mio è un post, non un commento) strutturato: credo che scrivere di getto sia molto utile, ma la mia paura è quella di scrivere, scrivere, scrivere senza alla fine aver detto nulla di concreto. Quindi procederò riflettendo (ed invitandovi a riflettere) su cinque domande che i due primi interventi mi hanno implicitamente posto, alle quali risponderò, cercando di dare una parvenza di concretezza a ciò che scrivo.


1. Perchè contribuire a questo blog?


Il motivo principale della mia adesione credo sia qualcosa di molto personale, forse egoistico: credo di ritrovarmi qui a scrivere perchè ho ingaggiato una sfida con me stessa. Devo e voglio superare l'imbarazzo dell'idea che qualcuno possa leggere ciò che scrivo, con la consapevolezza che chi scrive sono proprio io. Voglio non provare paura per il giudizio che mi verrà dato, per i commenti che sentirò/leggerò. Voglio qualcuno che mi dica sinceramente SE sono capace di scrivere e COME scrivo. Voglio sentire delle opinioni sincere (e competenti) e voglio riuscire (col tempo) a non esitare più prima di cliccare su "pubblica post".

E poi c'è il desiderio di un confronto. Un serio confronto tra pari, combattuto a suon di parole, punti, virgole, senza esclusione di colpi (verbali e virtuali, ovvio). Un confronto per crescere e, perchè no, anche per esercitare quella retorica che spesso mi sfugge nei confronti a voce.


2. La nostra generazione è sempre più disillusa: lo sono anche io?


Forse si, forse lo sto diventando. Mi sorprendo spesso a comportarmi come tale, come una persona che ha vissuto ogni esperienza possibile e che, dopo anni di lotte, si arrende. Ma chi penso di essere? Facendo un bilancio: esperienze pochissime, lotte zero. E quindi mi sgrido, mi impongo che non mi è concessa la disillusione, non ancora: mi accorgo che questa non si chiama disillusione, ma disinteresse. Prima di disilludermi devo illudermi e dev'esserci un elemento di disillusione, che io vedo come un fatto non generale o astratto, ma provato sulla propria pelle. Non posso (non voglio) bollare il mio disinteresse o la mia poca voglia di impegnarmi seriamente come disillusione.


3. La società di oggi è figlia storica di anni di lotte e grandi ideali. Come spiegare che proprio questa società è frutto della generazione che tanto rimpiangiamo?


La risposta a questa domanda sarebbe bello costruirla insieme: cos'è andato storto, cosa ha portato alla situazione attuale, al preferire l'estero piuttosto che casa propria? Perchè la vecchia generazione consiglia alla nuova di lasciare il mondo che essa stessa ha creato? Ci ho pensato spesso, e non riesco bene ad inquadrarmi in una risposta che possa ritenere soddisfacente. ("La mia generazione ha perso" - Gaber)


4. Meglio "prendere la strada per l'estero" o restare?


Ora come ora vedo il rifugio all'estero come un mollare senza neanche aver fatto un tentativo. Non so se, alla fine della mia vita passata all'estero, sarei felice, guardandomi indietro, di ricordare come sono scappata di fronte ad una sfida, come me ne sono lavata le mani, lasciando che il mio piccolo contributo in potenza non si trasformasse mai in atto. Non credo starei bene con me stessa. Non posso avere la presunzione di migliorare questo paese, ma la penso un po', per esempio, come il voto elettorale: non è tanto la tua azione individuale che conta, ma l'azione di tanti individui vista come un tutt'uno ("pensare globale, agire locale").


5. Siamo preparati o ci stiamo preparando "comunque a soffrire"?


Io no. Nella mia patofobia, non credo affatto di essere preparata o di essere di grado di prepararmi al futuro di sofferenza che mi prospetta Celli. Il mio grande limite è non riuscire a vedermi in un futuro, quando sarò in cerca di un posto di lavoro, quando non avrò più il caldo rifugio dello status di studente, e affronterò il mondo del lavoro. Non posso immaginare che fine avrò fatto tra dieci anni, tra venti o tra quaranta. Oltre l'università c'è un grande buco nero che inghiotte qualsiasi spiraglio di luce: non c'è un'aspirazione, non c'è un sogno (la giudice della Corte Internazionale dell'Aja è uno scherzo più che un sogno), non c'è alcuna prospettiva.

Devo trovare il modo di far implodere il buco nero.




Vale




PS: a proposito di domande (non risposte), forse ce ne sono di più importanti di quelle dieci su cui bisognerebbe insistere. Date un'occhiata a cosa propone questo docente universitario:


http://sites.google.com/site/carlocosmelliwebsite/Home

martedì 1 dicembre 2009

"Morire per delle idee,l'idea è affascinante,Per poco io morivo senza averla mai avuta.."

E' con questo primo verso di una poesia musicata(come solo le canzoni di De Andrè sanno essere) che dò il ben venuto anch'io a questa nuova avventura nata,forse per gioco, in un curioso asse Gorizia-Milano.
Quello che mi spinge a scrivere è in realtà una NECESSITA',poichè impaurita dall'incapacità di non riuscire più a pensare ho deciso di ricominciare ad usare la scrittura per esprimere tutte le frustrazioni, cui una realtà che non mi rappresenta mi sottopone quotidianamente, e tutte le idee ,che da combattente nel pieno delle forze, il mio cervello giovane può produrre.
Cagione della mia decisione è stata ,forse, la consapevolezza di aver riposto per tanto,troppo tempo ,oramai, l'arma più potente che i "generali di vent'anni" hanno a disposizione:la capacità di immaginare utopia.
Sempre di più la mia generazione si pregna di disillusione,di incapacità di pensare una grande svolta,di produrre idee che possano cambiare quanto di marcio e malato c'è nella nostra società al profumo di "mamma,mafia e mandolino";sempre di più vedo tutti intorno a me arrendersi,sempre di più CI arrendiamo ad una realtà che è in continuo degrado, pensando ormai di non poter cambiare niente.
Ebbene, il mio(e credo il nostro) intento è quello di remare contro questa marea che sembra sommergere tutto e tutti,con una piccola zattera costruita in modo fortuito ,forse,ma tenuta insieme da corde spesse e forti, che sono i miei pensieri e i pensieri di chi come me non vuole affondare,costi quel che costi.
Questa non vuole essere un'iniezione di ottimismo a tutti i costi(visto che c'è rimasto ben poco per cui esserlo),nè tanto meno un
nostalgico richiamo di eco sessantottina;quanto,piuttosto,un invito:alla riflessione,alla critica,al fruire libero e veloce delle idee da qualunque persona queste provengano,qualunque sia il vessillo che rappresentino,qualunque argomento queste riguardino perchè il confronto non può che essere l'unico antidoto alla metastasi che sembra sovrastarci.
"Morire per delle idee" è quello che ha distinto tutti i grandi uomini della storia;chi rimane in ombra aspettando che siano gli altri a prendere le redini del suo destino per paura che "sia un'altra l'idea giusta,un altro il movimento" senza mai prendere parte direttamente,non può che essere destinato a soccombere.
Ebbene,io credo che la patologia maggiore di questa nostra società sia proprio quella di promuovere il disinteresse,di premiare l'ignavia,di esaltare la mediocrità del pensiero,di far si che quanto c'è di meraviglioso,innovativo e geniale nel nostro paese prenda il largo per lidi più felici(come d'altronde Celli ha invitato a fare al figlio).Certo,come biasimare chi con enormi sacrifici ha raggiunto livelli di eccellenza ,in qualsiasi ambito, e decide di raccogliere i meritati frutti del suo lavoro altrove?Come puntare il dito verso chi decide di non affondare insieme al sistema Paese e scappa,lontano, come dovettero fare un'enorme massa di pensatori nella prima metà del novecento,allontanandosi dalla Germania e dall'Italia perchè non più liberi di manifestare il proprio pensiero e ostacolati nelle loro ricerche da una politica ostruzionista?
Siamo dunque ridotti ad una situazione peggiore della dittatura esplicita, che deliberatamente e senza filtri soffocava le voci dissimili dal coro;siamo di fronte ad una dittatura della mediocrità latente,che si taccia di democrazia ma che non è in grado di alimentare nelle menti del domani la speranza,l'immaginazione,la consapevolezza che "tutto arriva a chi lotta per guadagnarselo con le unghie e con i denti";sponsorizzando ,invece, una "oligarchia dell'apparire",in cui pochi personaggi cinici e senza valori ostentano ricchezza e opulenza diventando i modelli per migliaia di adolescenti e trenenni.
Mi chiedo dunque:"Cosa raccontare agli stranieri che in giro per l'Europa mi chiedono "ma come fate ad avere ancora una classe politica del genere?"
Come spiegare che la mafia nel mio Paese è l'impresa dal fatturato netto più alto?
Come giustificare le sparate xenofobe dei vari Maroni,Borghezio & co. che puntualmente ci cagionano richiami dall'Unione europea?
Come motivare l'ingerenza del Vaticano che paralizza tutti i progetti di legge su unioni civili e fecondazioni assistite, che ci porterebbero finalmente ad un livello di accettabile comparabilità con i maggiori Paesi democratici?"
Cosa racconteremo un giorno,noi vent'enni "non dormienti"(richiamando Eraclito) alle generazioni che verranno dopo di noi, quando ci porranno l'interrogativo "perchè siete scappati?,perchè non siete rimasti a lottare,perchè TUTTI QUELLI CHE POTEVANO hanno scelto la via più facile dell'esilio volontario?"
Non lo so,non lo so ora e forse non lo saprò nemmeno quando questa domanda mi verrà fatta dai miei figli(se mai un giorno ne avrò)ma so che non voglio smettere di interrogarmi per trovare le risposte,non voglio accontentarmi di esistere,voglio vivere e partecipare ,da donna libera,al destino mio e del mio Paese.


[...]"le bandiere rosse dalle miniere andarono ai villaggi,entrarono nelle città e nei solchi,girarono con ruote ferroviarie,assunsero le basi del cemento,invasero casali,strade,piazze,fabbriche annerite dalla polvere,piaghe coperte dalla primavera:TUTTO CANTO' E LOTTO' PER VINCERE NELL'UNITA' DEL TEMPO CHE FA L'ALBA.[...] P.Neruda

che tutto possa cantare e lottare per vincere nell'unità del tempo che fa l'alba anche per noi,amici miei.

-Elettra-

Generali di Vent'anni

Perché abbiamo creato questo blog? Perché questo nome? Che cosa mi ha spinto a contribuire alla sua realizzazione?
La risposta è difficile, molte volte anzi mi verrebbe da dire “non so in realtà perché”. Capita spesso che le parole non arrivino a formulare una motivazione razionale, e capita spesso che tutto si semplifichi in un “ne avevo voglia”. No, non è solamente questo. A mio parere è l’arte della scrittura lo spartiacque che mi permette di oltrepassare l’argine della semplice motivazione. Quest’ arte che può arrivare laddove quella del discorso non arriva, per ovvie ragioni infatti. La scrittura implica riflessione, correttezza, metodo e chiarezza; il discorso, che fra amici molto spesso è improvvisato, non arriva ad avere tutte queste caratteristiche. Sediamoci dietro un tavolo e pensiamo e poi scriviamo e poi rispondiamo e poi cambiamo idea e poi…Tutto quello che è scritto resta: questo è fondamentale. Tutte le nostre acrobazie retoriche resteranno e tutte le nostre idee saranno a disposizione di tutti, non solamente per il ristretto gruppo di amici.
Ma non badiamo a numeri, a gruppetti o a grupponi. Non mi interesserà quante persone leggeranno tutto questo. Voglio infatti che in questo contenitore ci sia la più assoluta libertà. Chi vuole, può: senza dove, né quando né perchè. Può. Siamo in tre, in quattro, in venti, in cento…è sempre più grande di uno.
È la scrittura che conta, è il canale-blog che ci permette di ordinare i pensieri.
Gli antichi re che inventarono la scrittura fecero esattamente così. Regolarizzarono i flussi di parole per mettere ordine e per governare. E noi, generali di vent’anni, di che cosa abbiamo bisogno se non di possedere gelosamente convinzioni solide e di voler prenderci quello che da tempo le generazioni più vecchie ci negano: il nostro futuro?
L’apertura del blog (1 dicembre 2009) cade proprio nel giorno in cui si discute sul futuro dei ventenni nel nostro Paese. Ieri su La Repubblica è stata pubblicata una lettera di dolore di un padre che si rivolge al figlio universitario con toni amari, quasi di disperazione, invitandolo a esiliare all’estero perché l’Italia non è più asilo per nessuno. Per nessuno con un futuro davanti.
La lettera, che qui sotto vi metto a disposizione, e che ho letto con molte difficoltà emotive, ha suscitato in me il desiderio di guardarmi le mani per vedere quanto ruvide fossero, di mettermi una camicia-divisa addosso e guardarmi allo specchio per vedere quanto serio fossi, di prendere in mano un’arma tanto potente quanto rara nell’uso che ne facciamo che si chiama scrittura, e di investirmi, e di investire chi sarà con me, del titolo di Generale di Vent’anni proprio per perforare la realtà del quotidiano, commentare fatti e commentare assieme.
Chi non usa la scrittura per perforare la realtà perde l’opportunità di usare un’arma da generali, e quindi un’arma pericolosa, tagliente ma…preziosa e bella, inestimabile.
Si apran ora i giochi nell’arena.

Buona fortuna

Lollo


"Figlio mio, lascia questo Paese"
di PIER LUIGI CELLI


Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

L'autore è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali