mercoledì 2 dicembre 2009

5 domande

Il mio primo approccio a questo blog sarà con un post (si, alla fine il mio è un post, non un commento) strutturato: credo che scrivere di getto sia molto utile, ma la mia paura è quella di scrivere, scrivere, scrivere senza alla fine aver detto nulla di concreto. Quindi procederò riflettendo (ed invitandovi a riflettere) su cinque domande che i due primi interventi mi hanno implicitamente posto, alle quali risponderò, cercando di dare una parvenza di concretezza a ciò che scrivo.


1. Perchè contribuire a questo blog?


Il motivo principale della mia adesione credo sia qualcosa di molto personale, forse egoistico: credo di ritrovarmi qui a scrivere perchè ho ingaggiato una sfida con me stessa. Devo e voglio superare l'imbarazzo dell'idea che qualcuno possa leggere ciò che scrivo, con la consapevolezza che chi scrive sono proprio io. Voglio non provare paura per il giudizio che mi verrà dato, per i commenti che sentirò/leggerò. Voglio qualcuno che mi dica sinceramente SE sono capace di scrivere e COME scrivo. Voglio sentire delle opinioni sincere (e competenti) e voglio riuscire (col tempo) a non esitare più prima di cliccare su "pubblica post".

E poi c'è il desiderio di un confronto. Un serio confronto tra pari, combattuto a suon di parole, punti, virgole, senza esclusione di colpi (verbali e virtuali, ovvio). Un confronto per crescere e, perchè no, anche per esercitare quella retorica che spesso mi sfugge nei confronti a voce.


2. La nostra generazione è sempre più disillusa: lo sono anche io?


Forse si, forse lo sto diventando. Mi sorprendo spesso a comportarmi come tale, come una persona che ha vissuto ogni esperienza possibile e che, dopo anni di lotte, si arrende. Ma chi penso di essere? Facendo un bilancio: esperienze pochissime, lotte zero. E quindi mi sgrido, mi impongo che non mi è concessa la disillusione, non ancora: mi accorgo che questa non si chiama disillusione, ma disinteresse. Prima di disilludermi devo illudermi e dev'esserci un elemento di disillusione, che io vedo come un fatto non generale o astratto, ma provato sulla propria pelle. Non posso (non voglio) bollare il mio disinteresse o la mia poca voglia di impegnarmi seriamente come disillusione.


3. La società di oggi è figlia storica di anni di lotte e grandi ideali. Come spiegare che proprio questa società è frutto della generazione che tanto rimpiangiamo?


La risposta a questa domanda sarebbe bello costruirla insieme: cos'è andato storto, cosa ha portato alla situazione attuale, al preferire l'estero piuttosto che casa propria? Perchè la vecchia generazione consiglia alla nuova di lasciare il mondo che essa stessa ha creato? Ci ho pensato spesso, e non riesco bene ad inquadrarmi in una risposta che possa ritenere soddisfacente. ("La mia generazione ha perso" - Gaber)


4. Meglio "prendere la strada per l'estero" o restare?


Ora come ora vedo il rifugio all'estero come un mollare senza neanche aver fatto un tentativo. Non so se, alla fine della mia vita passata all'estero, sarei felice, guardandomi indietro, di ricordare come sono scappata di fronte ad una sfida, come me ne sono lavata le mani, lasciando che il mio piccolo contributo in potenza non si trasformasse mai in atto. Non credo starei bene con me stessa. Non posso avere la presunzione di migliorare questo paese, ma la penso un po', per esempio, come il voto elettorale: non è tanto la tua azione individuale che conta, ma l'azione di tanti individui vista come un tutt'uno ("pensare globale, agire locale").


5. Siamo preparati o ci stiamo preparando "comunque a soffrire"?


Io no. Nella mia patofobia, non credo affatto di essere preparata o di essere di grado di prepararmi al futuro di sofferenza che mi prospetta Celli. Il mio grande limite è non riuscire a vedermi in un futuro, quando sarò in cerca di un posto di lavoro, quando non avrò più il caldo rifugio dello status di studente, e affronterò il mondo del lavoro. Non posso immaginare che fine avrò fatto tra dieci anni, tra venti o tra quaranta. Oltre l'università c'è un grande buco nero che inghiotte qualsiasi spiraglio di luce: non c'è un'aspirazione, non c'è un sogno (la giudice della Corte Internazionale dell'Aja è uno scherzo più che un sogno), non c'è alcuna prospettiva.

Devo trovare il modo di far implodere il buco nero.




Vale




PS: a proposito di domande (non risposte), forse ce ne sono di più importanti di quelle dieci su cui bisognerebbe insistere. Date un'occhiata a cosa propone questo docente universitario:


http://sites.google.com/site/carlocosmelliwebsite/Home

Nessun commento:

Posta un commento